ottobre 1992 - n. 9, pag. 7 Ho letto sull'"Indice" l'articolo che Franco Fortini ha dedicato ai ritrovamento del Journal di Matilde Manzoni e alla sua pubblicazione a mia cura (n. 8, settembre 1992, p. 10). Sono grato a Fortini di avere espresso delle riserve senza venire meno al rispetto e alla considerazione dei lavoro altrui. Del resto, per polemico e aggressivo che sia, quell'articolo è gran prosa; e lo si legge volentieri. Sento però la necessità di difendere il mio lavoro da alcuni capi d'accusa che qui riassumo. Fortini allinea sullo stesso piano due diverse novità di cui il libro a mia cura sarebbe portatore: il diario di Matilde, fino ad oggi introvabile e da me pubblicato, e le lettere di Matilde al padre Alessandro, che da tempo giacciono a disposizione di chiunque nel fondo manzoniano della Biblioteca Braidense. Il Fortini ci fa sapere che il suo interesse va più a queste lettere — delle quali io fornisco alcuni estratti per documentare sulle vicende delle due sorelle Manzoni in Toscana — che non al diario. E sta bene. Se non che, corrugato e accigliato come quei pedagoghi o istitutori (anche fraterni) che girano per i corridoi dei collegi con la bacchetta sempre pronta a punire, il Fortini si rammarica di non trovare nel libro a mia cura, con tanto di bollo e di firma, la dichiarazione esplicita che quelle lettere, consultabili alla Biblioteca Braidense e per lui così "coinvolgenti", sono inedite. "Nella nota bibliografica si dice che, ad eccezione di una già nota, le lettere di Matilde riproducono manoscritti del fondo Braidense. Sono inedite? Sembra. Con quali criteri sono stati trascritti gli originali e scelti i passi citati?". Ora, io dovrei qui spiegare al Fortini ciò che la mia edizione del Journal di Matilde Manzoni dichiara fin dal frontespizio: io sono l'editore di un diario andato perso e dimenticato, e non delle tante lettere di Matilde al padre, la cui esistenza è perfettamente nota — lettere che sono tutte, per chi voglia leggerle, perfettamente accessibili. Se si recensisce un libro, bisogna per prima cosa far capire che cosa è il libro recensito e quali i propositi dell'autore, senza attribuirgliene degli altri immaginari accusandolo poi di averli disattesi. Il mio compito di editore del Journal di Matilde (del Journal, non delle lettere) era di segnalare dove si trovino e siano consultabili, nella loro integrità, tutti i documenti, tutte le fonti, a stampa o manoscritte, alle quali ho fatto ricorso per introdurre alla conoscenza della vicenda famigliare di Matilde senza la quale non si spiegherebbe il Journal. Con questo, io ho fatto opera di storico, anche se storico di vicende modeste e famigliari, assolvendo il mio compito col fornire tutti gli elementi necessari per il controllo delle fonti. Sarebbe bella se uno storico fosse tenuto a farsi editore critico di tutte le sue citazioni! E se dovesse fornire, di ogni fonte, "i criteri con cui sono stati scelti i passi citati"! Va bene che per Fortini, come ho già avuto occasione di scrivere, la realtà è un commento, ma non bisogna esagerare. C'è però un principio di metodo, un pensiero che avrebbe dovuto o potuto visitare il Fortini e frenarlo nel suo zelo, nel suo bisogno, sempre così pieno di fuoco, di trovare la lacuna e l'imperfezione. Non credo che si possa asserire così drasticamente, così sicuramente e pacificamente come piacerebbe al Fortini, che tanti manoscritti epistolari e famigliari provenienti da ogni parte e convogliati nel fondo di una biblioteca a tutti accessibile, un fiume fatto di così tanti rivoli, sia "inedito". Non è questo un enunciato cui si possa dar voce a cuor leggero, se non a condizione che esso venga contestualmente convalidato da una ricerca capillare e disciplinare, da un'in- L'autore risponde Matilde edita e inedita dagine o da una completa memoria bibliografica. Si può forse escludere che qualcuna delle lettere di Matilde, o altre di Vittoria e di Bista Giorgini, siano state pubblicate da qualche parte, più o meno clandestinamente? in qualche opuscolo o medaglione commemorativo di quel tipo frequentemente messo in giro da amato- < di Cesare Garboli ri di storie locali e di genealogie illustri? O riportate in qualche pubblicazione agiografica pome la vita della prodigiosa Luisina Giorgini, che pure è stata scritta, o di sua madre Vittoria? Denunciare come inediti, tout court, dei documenti epistolari e famigliari passati di mano in mano è un enunciato che ripugna a ogni istinto di precisione. Si pensi che una delle lettere di Matilde mi è nota solo attraverso la sua citazione a stampa, nella biografia dedicata dal Fiori a Teresa Borri. Altre lettere di Matilde si leggono a stampa nel libro di Natalia Ginzburg sulla famiglia Manzoni: sarebbe discutibile definirle "edite", ma è anche vero che tra Roma e il Friuli, mentre procede il restauro, sembra trovare una nuova dimensione di sé, un più equo approccio alle proprie confusioni, un appiglio al tempo che resta. Le feste della principessa Maria Luisa Sabot, i dialoghi con gli intellettuali e i nobilotti locali, le passeggiate lungo il Tagliamento, coincidono con il lento, misurato avanzamento dei lavori. La storia d'amore che nasce tra Marco e Antonia Bellavittis sembra suggellare in modo definitivo il trapasso della vita romana, nonostante a Roma continuino a esistere — sempre più ovattati nella memoria, quasi annullati dal caos, dal traffico e dall'indifferenza — moglie e figlio del protagonista. Ma forse le illusioni, oggi, non hanno più diritto ad uno spazio. Antonia sì trova costretta a partire per il Canada, e la scena dell'addio a Marco, nella Casa riscaldata dal "fogolar", con la campagna sepolta sotto la prima nevicata di novembre, è di una perfezione e di un'emozione davvero uniche. In un finale altrettanto toccante, tre anni più tardi, ritroviamo Marco, malato, forse prossimo a morire, nuovamente pellegrino in autostrada — intuiamo per l'ultima volta — ancora diretto da Roma a Nord-Est. È un finale aperto, comunque, a tutte le interpretazioni, in un modo talmente accorto che ognuna di esse può risultare valida e felice. La Casa non ha imprigionato Marco — le illusioni, dicevamo, sono in agonia — ma ha fatto sentire sempre più intensamente il suo richiamo, il richiamo alle origini di ognuno di noi. Riassunto in poche frasi, il libro di Maldini è tutto qui. Ma intanto ci siamo invaghiti di questi paesaggi quieti, delle campagne solitarie, delle conversazioni pacate, di questa Casa che pian piano respira all'unisono col suo proprietario, di una storia d'amore semplice, ma indimenticabile nella sua dolorosa normalità. Forse, sembra suggerire Maldini, la ricerca del sogno perfetto è impossibile nella vita umana. Flash Art LA PRIMA RIVISTA D'ARTE IN EUROPA ABBONATI AGLI ANNI '90! RISPARMI 20.000 LIRE, GUADAGNI 10 ANNI. CON FLASH ART NELLE AVVENTURE ARTISTICHE DEL PROSSIMO DECENNIO 8 NUMERI AL PREZZO DI 6 A SOLE 60.000 LIRE GIANCARLO POLITI DISTRIBUTION C.P. 36, 06032 BORGO TREVI (PG), TEL (0742) 780.548 - FAX 78.269 / "La Casa a Nord-Est più che una casa era un deposito di illusioni", recita tra sé il protagonista. Ed anche — e proprio per questo — si sforza di modificarla sempre, di arricchirla, di farla vivere, perché solo così sente che potranno sopravvivere le sue speranze. È sempre più raro, dicevamo, innamorarsi di un romanzo "normale". Vorremmo tanto che di questo romanzo di Maldini sì innamorassero in tanti, e in tanti percorressero i sentieri friulani che videro il giovane Napoleone invaghito di una donna del luogo. Il Tocai onnipresente come un immancabile compagno, i ritmi misurati e senza tempo della gente di campagna, il mulino di Antonia con gli odori del mais e della pula, la neve, i ritomi, gli addii: tutto scontato, d'accordo, ma quanto perfettamente, con quanta poesia e, soprattutto, senza la minima caduta di tono. E un romanzo, più che da leggere, da centellinare, da coccolare e da riprendere in mano spesso, perché è la testimonianza sofferta e autentica di una ricerca umana che forse sentiamo così vicina perché potrebbe davvero appartenerci. "inedite" non lo sono più. Avrei forse dovuto, secondo il Fortini, segnalare quali lettere, quali passi di lettere, e quali no, abbia scelto di pubblicare la Ginzburg, e magari altri prima di lei? La mia edizione del Journal di Matilde non sarebbe il libro che è, ma una tabella di riscontri oziosi, un repertorio o catalogo di bibliografia. Ma che il corpus delle lettere di Matilde al padre, e di tutte le altre di Vittoria e di Bista, nella sua totalità e integrità, sia "inedito" nel senso che nessuno si è mai preso la cura di darne pubblicamente alla stampa un testo criticamente attendibile, questo risulta dalla mia Nota bibliografica in termini fin troppo chiari. In questa Nota, dove si indicano le fonti relative alla vita delle due sorelle Manzoni in Toscana, si dichiara con tutta evidenza che le citazioni dalle lettere dei famigliari del Manzoni provengono dai manoscritti che si conservano alla Biblioteca Braidense, mentre i brani tolti alle lettere di Alessandro figurano a stampa nell'epistolario manzoniano a cura dell'Arieti. Se il rinvio bibliografico alla stampa è vacante, la presenza contestuale del rinvio alla fonte manoscritta segnala che questa fonte, criticamente, è inedita; in caso contrario, il rinvio alla stampa sarebbe privilegiato — come nel caso delle lettere di Alessandro — non perché la stampa sia più certa, o più accessibile, ma perché il manoscritto, se l'edizione è veramente tale, vi figurerebbe sicuramente recensito e discusso. Non è convinto il Fortini? Più interessante mi sembra un'altra domanda. Da quel che mi viene fatto osservare, si evince che le lettere di Matilde, prima della mia edizione del Journal, il Fortini non le aveva mai lette. Poco male; nessuno studioso di cose manzoniane ha mai annesso alle lettere di Matilde o Vittoria alcuna importanza. Nessuno le ha lette, o ben pochi, e chi lo ha fatto, lo ha fatto male, come risulta dalle sviste dello Scherillo e dell'Arieti a proposito di un malessere di Matilde, un raffreddore di cui dà notizia Vittoria, scambiato per il suo primo sbocco di sangue. Ma che il carteggio di Matilde col padre esistesse e fosse leggibile da qualche parte, il Fortini ben lo sapeva. Non dichiara egli stesso di aver letto, "ai suoi tempi", il Manzoni intimo dello Scherillo? E che altro è lo Scherillo se non una raccolta di lettere del Manzoni alle figlie Vittoria e Matilde? Ebbene, il Fortini non si chiese, quando lesse il Manzoni intimo, dove fossero le lettere delle interlocutrici? delle figlie? Non gli interessava allora sapere se fossero edite o inedite? Se ne deduce che o il Fortini legge solo l'edito, e non si fa domande, o si fa delle domande solo davanti ai miei libri. Secondo punto. Non si dice nella mia edizione quali siano i passi del Journal di Matilde già malamente pubblicati da Matilde Schiff in una nota del Manzoni intimo. Ma per saperlo, basta consultare il Manzoni intimo alle pagine da me segnalate. E più facile che scorrere le pagine gialle. Non so perché il Fortini voglia ad ogni costo immaginarsi la mia edizione del Journal di Matilde come una sorta di orario ferroviario. Perché avrei dovuto complicare di superflua pignoleria un libretto già di per sé abbastanza impervio? Diceva il Contini che i buoni filologi si distinguono dai mediocri, o dai filologi dilettanti, perché a differenza di costoro non confondono mai il loro lavoro, e la loro vocazione, con l'esercizio della pedanteria. Altre obiezioni di natura ideologica o intellettuale mi sembrano meno importanti. Il Fortini passa indifferentemente da Matilde a un paio di articoli che ho scritto qualche tempo fa e mi fa dire che "la vita è un testo", incitandomi a pentirmi di tanto cinismo — se ho ben capito — "di classe". In realtà io facevo osservare, quattro anni fa, a proposito di un'edizione di tutto Parise nei Meridiani Mondadori, il diffondersi di una certa tendenza, sempre più marcata, sempre più attiva e presente sul mercato letterario, a sovrapporre la vita e l'opera degli autori e a leggerle insieme, a integrarle, facendole convergere in una stessa figura, in una stessa unità, per così dire, divistica, feticistica, consumistica. E da qui prendevo lo spunto per far notare che rispetto al vecchio adagio estetizzante e un po' cafone dei primi del secolo, la vita come opera d'arte, si va ora profilando, verso la fine del secolo, un altro adagio, forse meno pacchiano e più adatto al dopo Bar-thes, la vita come testo. Su questi argomenti sono ritornato proprio per maggiore chiarezza in un articolo più recente, a cui il Fortini si riferisce. Io non sono che un critico, diceva Jago, e la mia era un'osservazione critica, non dogmatica, e anzi interrogativa: come si spiegherebbe altrimenti la larga, crescente immissione sul mer- >