L'EUROPEO EINAUDI I pessimisti vanno dicendo — e purtroppo sono in grado di appoggiare con molte prove le loro as- serzioni — che, nella nostra marcia verso la deca- denza, quantità numero e materia prevalgono in sempre maggior misura su qualità personalità e spirito, mentre gli uomini, non più individui ma massa, divengono via via gli ingranaggi di una società assumente dovunque gli aspetti di un gigan- tesco formicaio dominato dagli « ingegneri » delle macchine, dei corpi e delle anime. Con questa trasformazione l'umanità paga a caro prezzo il « progresso » tecnico recente, tanta fuor di proposito ritenuto da molti ancora civiltà, e se forse — qualora non si tenga conto delle distru- zioni già arrecate dal « progresso » stesso e della paura di altre future catastrofi — ha ottenuto mag- gior sicurezza materiale e diminuito l'ansia continua della gara nella concorrenza, ha dovuto accettare in cambio l'asservimento ad un lavoro specializzato uniforme e monotono in officine e uffici burocratiz- zati, con la sola speranza di poter raggiungere, un giorno lontano, un benessere materiale che, privo di libertà e di gioia, nel regime della fabbrica- caserma, avrebbe ben poco del paradiso terrestre e molto, invece, del grigiore di un limbo nebbioso, Sarebbe, questo, yp ben triste destino. Per le maggioranze, per gli uomini comuni, naturalmente, perchè i filosofi, gli eroi e gli altri esseri d'eccezione sono sempre in grado —- anche nella desolazione di un'esistenza collettivizzata e burocratizzata — di trovare scampo e conforto nella libertà della vita interiore, e così Socrate è libero quando ubbidisce alla legge ingiusta, e Spinoza crea un mondo men- tre sfaccetta diamanti, e Gandhi libera con sè un popolo filando all'arcolaio. Ma le masse, i modesti, gli umili, i non filosofi, i non eroi, noi, chi ci libera, chi ci guida, chi ci dona il raggio della speranza in una condizione umana, quando il sistema economico in vigore, più ancora che quello politico, tende via più a portarci alla condizione delle termiti? Luigi Einaudi, oggi Presidente della Repubblica Italiana, è uno degli uomini rari e famosi — famosi soprattutto nel senso di una celebre poesia del Ki- pling dedicata ai maestri — che si sono preoccu- pati e si preoccupano della condizione materiale e della condizione spirituale — fattori indivisibili per il raggiungimento di una sopportabile esistenza ter- rena — dei loro simili e hanno indicato la strada buona nelle riforme sociali più ardite, ma senza mai dimenticare il gran segreto, la grande fòrza benefica della migliore tradizione europea, ch'è tutta umanistica, e quindi fatta di misura, regola e, in- nanzitutto, qualità. L'intera opera dell'economista, del sociologo, dello statista Einaudi è quella di uomo fra gli uomini, che degli uomini condivide le gioie e le angosce, che per tutti — e non per chiesuole d'iniziati. — ha studiato e scritto, fedele al principio di render facili le cose difficili, ligio alla missione universale e pra- tica del dotto, affermata dall'altro grande « profes- sore » Fichte. Ecco quindi l'Einaudi studiare la storia come vita e dramma di coloro che ci hanno preceduto e hanno sofferto delle nostre ansie e de' nostri dolori, e rilevarvi ad esempio in primo luogo, in epoche di decadenza simili alla moderna, l'ana- coretismo dei ribelli disperati dell'antico Egitto ohe preferivano alla tirannia delle burocrazie econo- miche la vita grama nel deserto, o la fuga di coloro che, nella decadenza romana e per analoghe ra- gioni, abbandonavano le Gallie per cercar rifugio e ragione di vita tra i liberi Germani. Di fronte al dramma della nostra decadenza at- tuale, l'Uomo che si suol definire come freddo ma- nipolatore di cifre e dotto di una scienza astrusa come l'economia politica — ma non ebbe, contro questo pregiudizio, proprio Egli a ricordare di re- cente le parole del Cavour, che cioè « l'economia politica è la scienza dell'amor di Patria »? — scrive pagine pervase di vera poesia a gloria e difesa di coloro che intendono sviluppare la propria persona secondo gli impulsi del cuore, e canta la gioia crea- tiva del contadino, del mercante, del professionista, dell'artista, dell'artigiano che nella bottega in fondo al cortile, a lume di candela, riesce a ridare l'oro antico a uno specchio guasto dal tempo e vede nel salario non il fine ma lo strumento, così come vede in sè, nella sua dignità di persona umana, non lo strumento di burocratici regimi collettivisti, ma il fine di un'opera incessante di elevazione. Contro i mondi degli impieghi fissi e dei « posti sicuiri » bucrocratiei, degli orari, degli affanni pro- duttivistici, delle bolse rettoriche delle ciminiere fumanti e delle industrializzazioni massicce, del livellamento, dèi fanatismi e isterismi collettivi, del conformismo, delle macchine stritolatrici della vo- lontà umana, degli ingranaggi, degli alveari stra- cittadini, della propaganda commerciafle e politica, della tipizzazione e « standardizzazione », delle stampe gialle, delle schiavitù babilonesi e dei culti idolatri per i colossali Moloch dei supercapitalismi dei monopoli privati o di stato, d'occidente o d'o- riente, Luigi Einaudi ha difeso e difende l'ideale classico, umanistico e europeo della casetta, del- l'orto, della vigna, dei beni d'ozio, del mestiere, della proprietà per tutti, del cittadino responsa- bile e partecipe alla vita pubblica. Il suo esempio, la sua sola presenza direi, ci ricorda che tra Mosca e Washington vi sono Firenze e Weimar, fra Marx e Taylor vi è Goethe, fra il progresso tecnico co- lossale di Russia e d'America la civiltà europea «à la taille dè l'homme », per dirla con Ramuz, di chi coltiva il poderetto di Candido. E quindi v^è anche la speranza in un migliore avvenire di- pendente dal libero arbitrio e dalla buona volontà degli uomini, a dispetto dei tragici determinismi 2