Letture colte di Marco Pistoia L'EPOCA DI LILIPPO SACCHI Recensioni 1958-1971 a cura di Nuccio Lodato pp. 271, € 15, Falsopiano, Alessandria 2003 La bella collana "La nobile arte", diretta da Lorenzo Pellizzari, è giunta con questo al terzo volume, edito in occasione della seconda edizione di Ring!, vivace festival della critica cinematografica svoltosi ad Alessandria dal 23 al 25 ottobre 2003. Figura storica fra i critici cinematografici, quale recensore del "Corriere della sera", Sacchi viene qui ampiamente antologizzato come critico di "Epoca", su cui scrisse dal 1954 al 1971. Le prime recensioni del volume sono datate 1958 e Sacchi era già, per dirla con Pellizzari, un "anziano gentiluomo", essendo nato nel 1887. Si constata dunque con piacere - e questo è il primo elemento che emerge - una diffusa e più volte ampia apertura del critico verso le nuove proposte della cinematografia internazionale, nonché - fattore più prevedibile - la sua vasta cultura generale, attraverso la quale analizza molti film. Un esempio calzante del primo atteggiamento può essere costituito dalla recensione ad Accattone, invero affrontato con non poche divagazioni extracinematografiche e tuttavia accolto positivamente. D'altra parte, anche le divagazioni fanno spesso parte di queste pagine sac-chiane e spesso, come nel caso del film di Pasolini, sono rivolte a stigmatizzare i molti interventi censorio-ministeriali e governativi e le polemiche conseguenti. Poco prima Sacchi aveva condensato, in poche righe, opportune osservazioni sullo stile di Vittorio De Seta, parlando di Banditi a Orgosolo, così come ampiamente positive furono, più o meno negli stessi anni, le accoglienze a L'année dernière à Ma-rienbad di Resnais, a II posto di Olmi, al Ferreri dell'Ape regina, al Cassavetes di Ombre, al Tarkovskij dell'/nfanzia di Ivan, all'Antonioni dell 'Eclisse e di Blow-up, per Sacchi "il capolavoro del cinema nuovo e delle nuove tecniche visive". Sacchi, da buon spettatore e depositario della memoria del cinema, fa spesso riferimenti anche lontani nel tempo, al fine di collegare il film recensito all'interno di un più ampio contesto storico-cinematografico, accostamento oggi sempre più raro tra i critici delle riviste non specializzate. La sua solida cultura trova, ad esempio, ampio motivo di esprimersi nella recensione, assai beila, a Morte a Venezia, allorché in poche battute inserisce il film dentro la sua precisa cultura - simbolistica e decadentistica - richiamando perfino gli studi su Pindaro di un grande filologo, Wilamowitz, coevi all'epoca di stesura del racconto di Mann. S'imparano, dunque, non poche cose dalla lettura - stilisticamente non ai vertici di un Savio, ma sempre godibile - delle molte recensioni che Nuccio Lodato ha con cura selezionato, offrendoci anche un'impeccabile scheda biografica su Sacchi e il suo tempo (dalla nascita alla morte e oltre), frutto - citato - anche di attente ricerche di Renata Brog-gini e Elena Marcarini. Dalla quale scheda si ricava, fra l'altro, che Sacchi ha dato anche ottimi frutti umani e artistici: la figlia Cecilia sposò Vittorio Mezzogiorno e dal loro matrimonio è nata Giovanna. Da par suo Pellizzari s'inserisce in due sezioni, con il consueto acume e l'inimitabile verve. ■ M. Pistoia insegna storia e critica del cinema all'Università di Salerno Idei libri del mese Un giornale che aiuta a scegliere Per abbonarsi Tariffe (11 numeri corrispondenti a tutti i mesi, tranne agosto): Italia: €47,00. Europa e Mediterraneo: €65,00. Altri paesi extraeuropei: € 78,50. Gli abbonamenti vengono messi in corso a partire dal mese successivo a quello in cui perviene l'ordine. Si consiglia il versamento sul conto corrente postale n. 37827102 intestato a L'Indice dei libri del mese - Via Madama Cristina 16 -10125 Torino, oppure l'invio di un assegno bancario "non trasferibile" - intestato a "L'Indice srl" '- all'Indice, Ufficio Abbonamenti, via Madama Cristina 16-10125 Torino, oppure l'uso della carta di credito (comunicandone il numero per e-mail, via fax o per telefono). I numeri arretrati costano € 7,50 cadauno. l I n d i c e ( u s p s 0 0 0 8 8 8 4 ) i s Effetto film La produzione teorica di Mamet Gli inganni del doppio di Sara Cortellazzo David Mamet ITRE USI DEL COLTELLO Saggi e lezioni sul cinema trad. dall'inglese di Flavia Abbinante, Andreina Lombardi Bom e Bruna Tortorella, pp. 292, €15,50, minimum fax, Roma 2003 Gli scritti di David Mamet raccolti nel libro edito da minimum fax - casa editrice con un piccolo catalogo di cinema di rara qualità - danno conto di una piccola parte della prolifica produzione teorica del drammaturgo-regista americano, autore per lo schermo di alcuni film di nicchia, tra i quali merita ricordare La casa dei giochi e Le cose cambiano, entrambi diretti nel 1987, Hollywood Vermont (2000) e II colpo (2001). I tre saggi inseriti nel presente volume, proposti per la prima volta in traduzione italiana, affrontano, in certi casi con taglio da vere e proprie lezioni di cinema, gli aspetti principali della costruzione drammatica di una storia: la sceneggiatura (I tre usi del coltello), la regia (Dirigere un film) e la recitazione (Vero e falso). Chi da questi interventi si aspettasse una trattazione sistematica, un manuale, non potrebbe che rimanere deluso, avverte Gino Ventriglia nella sua nota introduttiva: si tratta piuttosto "della conduzione, attraverso metafore spesso fulminanti, binomi oppositivi, talvolta paradossi e boutades, di ima serie di 'affondo' sui fondamenti stessi degli oggetti d'osservazione". Il carattere esplosivo ed eclettico di Mamet - che nel corso della sua trentennale carriera ha affrontato la scrittura di pièce teatrali, saggi teorici, memorie autobiografiche, romanzi e racconti, sceneggiature per il cinema e per la televisione, storie per bambini - conferisce ai contributi sulla settima arte qui riuniti un carattere originale, a volte spiazzante nel loro affrontare i temi presi in esame in modo tangenziale, sì da attivare cortocircuiti stimolanti. D'altro canto, uno dei temi prediletti dell'autore è proprio quel lo del doppio, declinato in mille variazioni: inganni, tradimenti, labirinti, diffidenze, giochi di specchi, manipolazioni ecc. La realtà percepita, dunque, non è mai veritiera, nasconde sempre in sé qualcos'altro, in un gioco Testimone oculare costante di mise en abìme che obbliga a una costante messa in discussione dei criteri di giudizio e interpretazione. Un'altra caratteristica dei saggi proposti è quella di provocare il lettore con continue prese di posizione nei confronti del mondo del cinema, vissuto come industria da cui non farsi fagocitare. Mamet esprime con forza la propria diffidenza per il mercato cinematografico, "incappato in una spirale di degenerazione -scrive l'autore - perché guidato da persone che per orientarsi non hanno nessuna bussola. E la sola cosa che voi potete fare per contrastare questo movimento verso il basso è dire la verità: (...) la maggior parte dei film americani degli ultimi tempi sono banali, sciatti e osceni". Ecco allora che il modo per contrastare questo universo, secondo Mamet, è da un lato quello di denunciarne il marciume, dall'altro di usare i ricavi ottenuti dai film più commerciali per realizzarne altri che siano in grado di criticare, in modo spietato, il business hollywoodiano. Insomma, la via è quella di affilare la lama del proprio coltello...: "Lo usi per tagliare il pane, così avrai la forza di lavorare; lo usi per raderti, così ti fai bello per la tua innamorata; quando la scopri con un altro, lo usi per strapparle via quel cuore bugiardo". ■ aiacetorino@iol.ti S. Cortellazzo è presidente dell'Aiace di Torino di Dario Tornasi Liborio Termine e Chiara Simonigh LO SPETTACOLO CINEMATOGRALICO Teorie ed estetica pp. 272, €21, Utet Libreria, Torino 2003 r f,mirili iWiitimi Chftira Simun urli lai spettacolo (•iritntaliiiLntfii Liborio Termine e Chiara Simonigh, che insegnano Storia e critica del cinema all'Università di Torino, ripercorrono in questo libro il dibattito che ha contrassegnato la riflessione teorica ed estetica sul cinema intorno alla nozione di spettacolo. Fulcro del libro è l'idea che il cinema sia stato troppo spesso preso in esame come una forma narrativa che riprende in termini audiovisivi quella che, nell'Ottocento, è stata la grande tradizione del romanzo e, in particolare, del romanzo popolare. La stessa semiotica, del resto, ha più volte pensato il cinema a partire proprio dalle sue strutture e articolazioni narrative. Gli autori, al contrario, propongono un'idea di cinema come rappresentazione dell'atto nel suo accadere. Una rappresentazione che si rivolge agli occhi dello spettatore, il quale, di conseguenza, non può essere pensato come un lettore, bensì come una sorta di testimone oculare, qualcuno che viene coinvolto, soprattutto emotivamente, dall'azione che si svolge dinnanzi a lui. Certo i sentimenti che un film suscita nel suo spettatore non possono essere indipendenti dall'andamento narrativo di quello stesso film - un bacio fra due amanti può commuoverci solo quando questo accade dopo, ad esempio, le traversie che i protagonisti hanno dovuto attraversare prima di arrivarci - ma questo bacio, in ogni caso, è sempre un atto che, innanzi tutto, il film rappresenta prima di narrare, attraverso quel tessuto audiovish o che è proprio del linguaggio cinematografico. In sostanza, la narrazione è un supporto della rappresentazione, piuttosto che il contrario. La prima parte del libro, curata da Simonigh, si concentra esclusivamente sulla teoria del cinema e la ripercorre in modo puntuale, nonché originale, per scoprire come il cinema è stato pensato in termini di spettacolo dalle origini di quel dibattito sino agli anni sessanta (da Louis Delluc a Sergej Ejzenstejn, da Umberto Barbaro a Edgar Morin, da Béla Balàzs ad André Bazin). Termine, invece, affronta il problema soprattutto in ambito estetico, ponendo al centro della sua riflessione il lavoro di Walter Benjamin, ma tenendo conto anche delle considerazioni di pensatori come Henri Bergson, Paul Valéry, Maurice Merlau-Ponty, Milan Kunde-ra, Jean-Paul Sartre, Hans Georg Gadamer e Martin Heidegger. L'autore arriva così a definire lo stato che caratterizza la partecipazione dello spettatore allo spettacolo filmico: dalle ritualità che il raggiungimento della condizione estatica richiede al tipo di esperienza che questa attiva; dalla forza di svelamento che l'immagine-rappresentazione esercita allo spaesamento che sempre induce il confronto con un'opera d'arte. Il tutto nel tentativo di precisare "quegli elementi che concorrono a dare definizione estetica a quel particolare evento in atto che è lo spettacolo filmico".