|dei libri del mese| MARZO 1996 Lolita senza Nabokov di Silvia Maglioni Pia Pera, Diario di Lo, Marsilio 1995, pp.363, Lit 28.000. "Penso ai bisonti estinti e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell'arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, Lolita mia". Parole struggenti di Humbert Humbert, profezia irrealizzata di Vladimir Nabokov. In un'epoca di multipli e di eterne riscrizioni, lo spettro pallido di Lolita continua a comparire scegliendo le vittime più svariate in cui reincarnarsi, dalia cantante pop Vanessa Paradis alla protagonista di Léon, l'ultimo film di Lue Besson. E ricompare ora, in un decennio segnato dal politically cor-rect—anche Lolita del resto ha il diritto di controllare l'universo maschile dei personaggi e della scrittura — nel Diario di Lo ad opera di Pia Pera, scrittrice, traduttrice e studiosa di letteratura russa. L'effemeride di Lolita non si limita a raccontare l'incontro con Humbert e il loro viaggio attraverso l'America ma, cambiando punto di vista, riscrive gli eventi a tal punto da presentarci il geniale psicotico nabokoviano come un ometto mediocre che si lascia "sedurre da una dodicenne spregiudicata e calcolatrice. La prefazione, speculare a quella di Lolita, è scritta dallo stesso redattore, John Ray, che riceve la visita di una donna che si presenta con il nome di Dolores Schlegel nata Maze: "Quella che avete pubblicato voi è una storia assai inventata... Magari vorrà dare un'occhiata alle mie impressioni di allora. Sono sicuramente mene letterarie". Ma nel gioco labirintico di realtà e finzione in cui il lettore è immerso si dalle prime pagine, qualcosa di vero c'è. La magistrale scrittura di Humbert sublimava ogni particolare della vicenda, anche quelli più morbosi. Quella di Lo invece è antiletteraria, cruda e spesso volgare. La sua versione dei fatti, che trae ora ispirazione dai seriosi trattati sul genere femminile prodotti dagli allora inesistenti gender studies, non propone solamente una rivincita nei confronti della "legge del padre" ma anche una vendetta acerrima contro la madre, "mammaplastica", per cui serba un misto di amore e odio dai toni incestuosi. Il racconto autobiografico di Lolita ha inizio prima dell'arrivo di Humbert e dà così voce alla sua storia familiare, alla morte del padre e ai rapporto conflittuale con la madre, un passato sempre narrato con estremo cinismo che persiste anche durante il viaggio infernale dal Maine alla Valle della Morte. "A letto Hummie è decisamente noioso. Non sa nulla di interessante... Un vero parassita sessuale" — ma lei, a quanto pare, sa ben poco a livello testuale. A differenza della prosa ludica e sussurata di Humbert, un espatriato europeo che scrive, come direbbe Gilles Deleuze, pagine di deter-ritorializzazione linguistica, la scrittura di Lolita è gridata, stridula, tenta di tracciare i confini di quel terreno nabokoviano gioiosamente abbandonato al mito, al silenzio, al gioco significante. Tutto questo può infastidire il lettore che si sente scaraventato dalle parole rarefatte di Humbert a un realismo privo di grazia e non sempre riuscito. Nella già citata prefazione la signora Schlegel (ex Lolita) esprime la sua rabbia per le falsità raccontate da Humbert e soprattutto per l'invenzione della sua morte. John Ray risponde che ai lettori piacciono le storie con una morale e lo controbatte "sarebbe a dire quelle in cui i personaggi non possono più avere altre storie?". Ma Lolita di vite ne ha già avute parecchie e, come scrive Milan Kundera, "l'immortalità ridicola è in agguato per tutti". zione e nel linguaggio il ritmo dei gialli d'azione, un po' Marlowe, un po' Spillane. Un investigatore esausto e sudato dipana la sua indagine senza sussulti emotivi, in una stanca ripetitività di gesti e di parole. Segnato da un disincanto prossimo al cinismo, attraversa così il mondo della sessualità estrema, restituendocene le coordinate essenziali con grande vigore narrativo. Per un uomo, recitare nei film porno vuol dire essenzialmente ancorare la sua professionalità al numero delle eiaculazioni raggiunte sul set: quelle prestazioni sono le basi su cui fondare il giudizio sulla propria bravura di atto- Citazioni so taylorizzato: studi fotografici, il set cinematografico allestito in una cascina dietro Carignano, case di appuntamento affollate di croate e polacche. C'è anche Margit, la protagonista del romanzo: un'ungherese dai capelli biondi come la puszta, che sembra una studentessa dei film di Szabó; prima di venire in Italia a prostituirsi, "aveva studiato per anni i rapporti tra la corte del re ungarico Mattia Corvino e gli umanisti italiani del Quattrocento". Sotto le vesti di un narratore ironico e scanzonato, batte il cuore di Ventavoli, magiarista dall'ineccepibile curriculum accademico. di Lidia De Federicis Calchi narrativi, citazioni non di parole ma di modelli. Film su altri film, libri su altri libri. Dal cinema l'arte del remake è da tempo passata al romanzo. Qui però, non potendosi la scrittura giovare di quel cambio di corpi e facce che produce a vista nuovi significati nel racconto filmico, l'operazione di replica con novità — e con distacco dissenso dissonanza (ecc.) — sarà più difficile. Tralascio i comuni imitatori. E penso invece a quanti hanno praticato negli ultimi anni il gioco del rovescio (citazione di un bel titolo di Tabucchi). Un artificio tipico, in questo gioco, consiste nell'accumulare e comicamente mescolare. Benni in Elianto distorce le prospettive del fiabesco e del fantastico, del perturbante e dell'ineffabile, virandole su un referente specifico: mondo nostro, riconoscibile cronaca, attualità. Un altro artificio consiste nel lavorare sul lato in ombra di storie e figure consolidate. Dar voce ai silenzi, far salire in primo piano le seconde parti, cambiare le relazioni in un sistema di personaggi e focalizzarsi sul non protagonista: il servo Venerdì al posto del suo padrone, il signor Charles Bovary al posto della celebre madame, e Circe al posto dell'archetipico affabulatore Ulisse. Navigazioni di Circe è stato appunto il titolo d'esordio (1987) di Sandra Petrignani. Eccoci dunque al femminile. In tale area lo spostamento del punto di vista (nel duplice soggetto, della donna che scrive e del personaggio che viene ricreato) implica un progetto complesso, di rapporto critico con la tradizione dell'immaginario maschile e con l'autorità dello scrittore. Abbiamo ora l'esempio di Pia Pera, che nel rifare Nabokov dalla parte e con la voce di Lolita si è assegnata il compito arduo di essere più (o diversamente) scandalosa di un autore già scandaloso, cioè ironico smascheratore dei buoni sentimenti. E se ora, parlando Lo, l'aggiunta provocazione non provoca? E se il divertimento non diverte? E se, in generale, gli usi e riusi del già letto e già visto danno l'idea di una ripetizione interminabile del già saputo? Il lettore istruito ha dappertutto buoni spunti per ripassare il suo repertorio. Trova in Benni, fra tanti nomi evocativi, una certa Camilla e gli viene in mente l'omonimo racconto vampiresco di Le Fanu. Legge il Diario di Lo e può aver voglia di rileggersi Lolita in nuova traduzione, per Adelphi, di Giulia Arborio Mella. Ovaa cercarsi la prima parodia, la Nonita del giovane Eco, tre paginette goliardiche nel Diario minimo del 1963.. La memoria letteraria continua a fornirci categorie per pensare; ci sostiene e contiene, e, pur allargata e scompigliata, circoscrive l'orizzonte anche di libri che vorrebbero portarci altrove. Intanto qua e là narratori occasionali raccontano storie in presa diretta. Come Marco Marcucci. E altri esordienti: Marisa Feno-glio, quasi una casalinga (ma è sorella di Beppe), nei ricordi di Casa Fenoglio, usciti da Sellerio; Federico Starnone, un semplice obiettore (ma il cognome ci è ben familiare), nel diario di un anno di servizio civile di Più leggero non basta, pubblicato da Feltrinelli. Sopraffatti dalla ridondanza delle finzioni, e nell'ingorgo degli incroci immaginativi, possiamo aprirci una provvisoria via di fuga in questo tipo di narrazione povera, in queste registrazioni del vissuto che sembrano così naturali. Sessualità curricolare dì Giovanni De Luna Bruno Ventavoli, Pornokiller, e/o, Roma 1995, pp. 121, Lit 22.000. Che fatica essere uomini! Un verso di una vecchia canzone di Sergio Endrigo. L'ideale colonna sonora dell'ultimo libro di Bruno Ventavoli. Dalle sue pagine straripa un universo maschile restituito a una virilità nuda, parossistica, senza mediazioni. I protagonisti del romanzo sono dei pornoattori, misteriosamente uccisi in serie da un implacabile assassino. Ambientata in una Torino allucinata e stranita dal caldo agostano, la narrazione insegue nella costu- re e anche le tariffe da percepire nei contratti. Ne deriva una virilità ossessiva, l'innesco di un devastante corto circuito emotivo; il sesso, svuotato da tutti i suoi risvolti affettivi e psicologici, viene assimilato a un processo di lavorazione totalmente taylorizzato: a ogni segmento corrisponde una prestazione specializzata, con relativi indici di cottimo. Raramente questo mondo di automi consapevoli era stato sfiorato da uno sguardo tanto attento,e perspicace come quello di Ventavoli. Le immagini meccaniche ("con il telecomando costrinse gli attori a stan-tuffarsi come le bielle di Tempi moderni') disseminate nelle sue pagine suggeriscono continuamente questo rinvio a una sessualità curricula-re, contrattualizzata, mercificata nella sua forma più pura e più estrema. Nella Torino di agosto, tra il Po assetato, chiacchiere sulla campagna acquisti della Juve e baracche di cocomeri, sfilano così i luoghi del ses- Il chiodo di Benni di Tonci Violi Stefano Benni, Elianto, Feltrinelli, Milano 1996, pp. 320, Lit 28.000. Ho letto Elianto, l'ultimo romanzo di Stefano Benni uscito da poco in libreria. Un bel libro dallo sfondo dorato, piacevole sia dà vedere che da leggere, che da tenere in mano e annusare. Non ho provato a mangiarlo, ma di leccarlo mi è venuta voglia. Più che un romanzo Elianto è un insieme di storie fantastiche che s'intrecciano tra di loro per dar vita a una vicenda piena di trovate e invenzioni esilaranti. Veramente bravo Benni a raccon- N. 3, PAG. 16 tare le sue storie, che si svolgono tutte in un paesaggio e un'atmosfera da guerre stellari... peccato però che il romanzo termini poi con un lieto fine del tutto prevedibile. Avrei preferito, in realtà, abbandonare il libro semiterrorizzata da una qualche visione apocalittica del futuro. E invece sono corsa in bagno a lavarmi i denti per tutta la melassa che stra-bordava giù nel finale, un finale che come sempre parla d'amore, di bene che trionfa sul male e così via. Ecco, forse solo il finale mi ha delusa, ma dato che i libri non s'iniziano mai dalia fine, ricomincio da capo. Ci troviamo a Tristalia, bellissimo nome per un paese in cui vige una sorta di federalismo per cui al potere venti presidenti venti si contrappongono ad altrettante contee. A comandare tutti è il Zentrum, un supercomputer che sta in cima a un grattacielo a forma di chiodo. Un chiodo che riassume gli ideali della Nova Repubblica, che sono: salire, scalare, assurgere, arrivare fino in cima. Ma chi tiene informati i cittadini di Tristalia è Fido PassPass, che parla dai microfoni di Canale Esse. Fido ha il compito di mantenere costante il livello della Paura inventando sondaggi, creando maggioranze o semplicemente leggendo le notizie scelte da Zentrum. Un bel giorno egli annuncia che sta per iniziare la sfida all'Ultimo Presidente, lotta che permetterà ai Presidenti di eliminarsi l'un l'altro, anche sparandosi, per fare in modo che il più potente e fortunato alla fine governi il paese. E qua Benni ci avverte che questa è l'unica democrazia possibile a Tristalia, dov'è avvenuta una grande battaglia di idee, al termine della quale non ci sono stati né vincitori, né vinti, né idee! Ma cosa c'entra Elianto in tutto ciò? Elianto in realtà è l'eroe del libro, un ragazzetto abulico ricoverato, poiché affetto da una misteriosa malattia mortale, in un'altrettanto misteriosa clinica immersa in un boschetto di castagni. Per evitare che Zentrum domini assolutamente tutto, un gruppo di tre diavoli, inviati da Satana in persona, si muove alla voica di Tristalia per salvare Elianto dalla morte. Sarà lui infatti che dovrà affrontare i campioni governativi (nella famosa sfida all'Ultimo Presidente) che sono: Baby Esatto, fanciullino miliardario farcito di droghe cerebranti e nanotecnologie informatiche, e Rollo Napalm, antropomanzo muscolato. Il finale, come ho già anticipato, è tutto d'un color rosa confetto. Il nostro eroe trionfa. Facile che Elianto venga classificato come un libro di fantapolitica o più semplicemente considerato come una sorta di parodia della situazione politica italiana. Innervosisce questa disperata intenzione che ha Benni di voler fare della satira politica a tutti i costi, questi nomi propri che significano sempre un qualcosa, queste caricature esagerate dei personaggi più antipatici e le insostenibili sdolcinature nei confronti dell'eroe buono. Perciò forse merita d'essere classificato così. Questo in fondo è il suo limite. Nonostante tutto però Elianto non va considerato soltanto come un buon romanzo di satira. Provate a leggerlo come un insieme di raccontini pieni di esilaranti invenzioni fantastiche, lasciandovi andare sull'onda di amarezza che avvolge ognuno di loro. Vi divertirete, perché la fantasia di Benni è fervida e scoppiettante, piena di illuminazioni e invenzioni imprevedibili che lasciano davvero senza fiato.