personaggio che aiuta, è un personaggio visto benevolmente. Questo è del tutto analogo a quello che succede con le donne nigeriane. Il gestore della pensione italiana è visto come il papà. (Voce di dissenso dal fondo) No, guardi, le assicuro che ho girato in molte pensioni, tra nigeriane, se lei ha degli elementi diversi ne discutiamo, anche in un’altra sede, però, c’è lo stesso atteggiamento, di fiducia e, in un certo senso, di riconoscenza perché quella è l’unica persona che, comunque, ti rivolge la parola e ti aiuta, anche se poi noi sappiamo che tipo di aiuto è questo... Besnik Agalliu Io sono venuto qui in Italia da sei anni, sono venuto prima per motivi politici, perché mi è capitato quello che ha detto il Presidente della Associazione degli albanesi, il signor Kazazi, anche lui perseguitato per motivi politici. Io sono stato perseguitato politico: la mia persecuzione è cominciata negli anni ‘60, a causa di mia zia. Mia zia era nel governo comunista, prima ha studiato a Mosca, poi è entrata nel governo comunista. Negli anni ‘60 mia zia ha fatto richiesta di cambiare le tesi ufficiali del presidente, che invece ha seguito una strada, la strada comunista, la strada rossa, una strada terribile, una strada che non lasciava libertà di parola. Per questo motivo la mia famiglia è stata perseguitata dagli anni ‘60 fino agli anni ‘90. Per questo motivo io non potevo andare all’Università per studiare. Non potevo nemmeno giocare a pallone nella squadra della nostra città. Negli anni ‘90 è successo qualcosa. Mio fratello, che è più giovane di me di sette anni, ha cominciato per giocare a pallone nella squadra della città, Durazzo. Ma è stato costretto a cambiare cognome, perché il nostro cognome non venisse riportato alla radio e alla televisione. Allora lui ha cambiato cognome, e l’ho cambiato anche io, perché siamo due fratelli e non ci possono essere due fratelli con due cognomi diversi. Poi è successa questa cosa, hanno aperto le ambasciate. In quel momento sono andato con mio fratello in Italia, e poi siamo stati sistemati in una caserma di Asti. Di là, eravamo forse cinquecento persone, seicento persone, non mi ricordo bene: dormivamo bene, mangiavamo bene. Poi la commissione mi ha riconosciuto come rifugiato politico, qui in Italia, perché ho documentato la persecuzione contro la mia famiglia. 57