Ceris-CNR, W.P. N° 5/1997 locità e gli effetti dell’adozione di nuove tecnologie, in genere incorporate nei beni strumentali acquistati. Tenendo in considerazione queste osservazioni, è allora importante chiarire i motivi per cui invece l’innovazione sia un tema di estrema rilevanza quando si discuta il destino futuro dell’economia delle aree distrettuali. La già richiamata tendenza dei distretti a non generare o assorbire innovazioni radicali, ma a migliorare ed approfondire “i sentieri della propria tradizione manifatturiera” (Viesti, 1992) li lascia immaturi e anzi refrattari di fronte al cambiamento tecnologico radicale. Per esempio si registra una diffusa difficoltà a trarre vantaggio delle nuove possibilità offerte dall’informatica. Il primo punto da richiamare è dunque una difficoltà, che si esplicita sia in alcuni casi in un’arretratezza tecnologica delle tecniche produttive, sia soprattutto nell’incapacità di effettuare autonomamente il passaggio a paradigmi e stadi tecnologici radicalmente innovativi. Questo gap tecnologico non è in realtà spesso percepito come rilevante nel bilancio dei punti di forza e di debolezza dei sistemi distrettuali, che si appellano piuttosto alla capacità di effettuare lavorazioni tradizionali e di qualità superiore. In realtà gli ultimi decenni hanno fatto emergere difficoltà derivanti dalla stagnazione o incertezza della domanda e dall’apparire di nuovi concorrenti. In alcuni settori la parola crisi è su tutte le bocche, in altri si ritiene di poter difendere la posizione di leadership ancora per lungo tempo. Comunque nella quasi generalità dei casi pensare che le difficoltà più o meno gravi riscontrate siano da attribuirsi a crisi congiunturali è un’illusione, e occorre al contrario trovare le basi per un rilancio radicale. Dunque, se non è mai opportuno intervenire su un modello che funziona bene autonomamente, nel nuovo contesto competitivo un’azione che miri a rafforzare il patrimonio tecnologico ed innovativo delle imprese distrettuali potrebbe rivelarsi l’arma decisiva per consentire alle imprese di confrontarsi con le nuove sfide. Nel passato i distretti industriali storici hanno mostrato di saper trasformare la crisi dovuta alla concorrenza esterna in uno stimolo per innovazioni radicali che hanno consentito loro di ricostruire le proprie basi competitive. Piore e Sabel (1987) citano per esempio il caso del distretto lionese della seta che ha di volta in volta riconvertito le caratteristiche e le materie prime dei propri prodotti fino a giungere alla lavorazione di viscosa e acetati, e guidando la domanda anche internazionale verso i propri prodotti. Un terzo aspetto che rende il tema della promozione dell’innovazione nei distretti rilevante in termini di politica industriale, è connesso al ruolo che essi detengono nell’economia nazionale. Secondo l’ISTAT (1996)2 nei distretti lavorano oltre due milioni di addetti, pari al 42,5% dell’occupazione manifatturiera complessiva. Nell’area del Nord-Est, che è quella in cui i distretti hanno trovato il terreno più favorevole per lo sviluppo, il peso degli addetti che lavorano in imprese localizzate nelle aree riconosciute come distretti raggiunge il 60,6%. Anche nelle altre aree centrali e settentrionali il peso dei lavoratori distrettuali resta alto e leggermente superiore alla media nazionale. 2 Benché i dati cui ci si riferisce siano stati rilevati nell’ambito di una ricerca che può attirare numerose critiche, soprattutto sul versante dei criteri di definizione e classificazione, si tratta comunque dell’unica fonte in grado di stimare quantitativamente il peso dell’apporto dei distretti, offrendo una misura soddisfacente del loro ruolo relativamente al complesso dell’economia italiana. 3