EDITORIALE Non siamo ancora alla svolta. E la transizione o la ricerca di nuovi assetti, comunque si voglia definire, è tuttora in corso. I numeri di questa relazione ci dicono che il Piemonte, questa inafferrabile regione spesso in bilico tra metafisica e scienza, ne avrà ancora per parecchio. I principali dati macroeconomici, quelli sul PIL, quelli della produzione industriale, quelli del mercato del lavoro, insomma, le materie più importanti della pagella di fine anno sono quelli che sono. Difficile ordinarli in un quadro che, fuori dalla griglia congiunturale, delinei prospettive chiare e incoraggianti di riavvio del sistema regionale. Certo, le indicazioni che emergono da questa edizione del rapporto non sono tutte negative. Tuttavia il mix di segnali è lungi dal far credere che la mutazione sia oramai avviata e che, superata la fase più critica, il convoglio stia riprendendo la corsa in sicurezza. Gli elementi del contesto permangono preoccupanti. E le prospettive una sfida impegnativa. D’altro canto la solidità della compagine sociale e produttiva, che ha consentito di affrontare fino a oggi la lunga crisi della Fiat senza irreparabili ricadute sociali, induce a ragionare sul futuro con relativa serenità. A un clima di rinnovate aspettative e fiducia contribuisce la nuova stagione amministrativa inaugurata questa primavera. Nel novero delle risorse a cui un territorio può fare appello per giocare la sua partita, un ruolo di spicco spetta ovviamente alla qualità della visione di cui sono portatori i decisori pubblici. In buona sostanza è la capacità di mobilitare una competizione virtuosa tra i soggetti dell’iniziativa locale intorno a definite priorità a incidere in misura determinante sulle chances di successo. Non sono però le risorse di ricchezza e la dotazione di competenze a cui dobbiamo esclusivamente guardare per immaginare come sarà il Piemonte dei prossimi anni. Non è solo il patrimonio regionale su cui dobbiamo fare affidamento per dare una rotta alla nostra navigazione. In tutte le fasi difficili di cambiamento è ciò che non è ancora evidente, ciò che non può ancora esser percepito se non grazie a fuggevoli impressioni o azzardi contemplativi, che rappresenta la vera ricchezza di un territorio. Sovente sono proprio le ricchezze di cui è difficile rendersi consapevoli che consentono di riaffermare il proprio valore e offrire prospettive al proprio futuro. Un rapporto congiunturale non è il documento più adatto a esplorare questi segnali deboli, questi preannunci di epifanie. Esso deve necessariamente catalogare ciò che è, non ciò che potrebbe essere. Soprattutto evitare di sondare il corpo sociale attraverso lo specillo di ciò che si vorrebbe che fosse. Tuttavia il quadro che esso traccia del Piemonte in questi ultimi mesi è un quadro che, pur nella complessità di indicatori incerti, rappresenta una base per allungare lo sguardo oltre le difficoltà presenti. Guardare oltre la congiuntura è del resto quello che abbiamo fatto appena qualche mese fa grazie alla seconda Relazione di scenario e con i lavori di riflessione tematica in programma a partire dal dibattito suscitato dalla sua presentazione pubblica. I lampi di conoscenza che si possono ricavare da questa relazione rappresentano qualcosa di più del segno dei pennini del sismografo della congiuntura. Associati alla sensibilità delle analisi in profondità degli specialisti che vi hanno contribuito, fanno parte di quel bagaglio di osservazioni da cui non si può prescindere nella caccia ai segnali deboli. Sovrapponendo le trame di conoscenza di cui questo lavoro è uno degli esempi, ci si propone di tracciare progressivamente quelle mappe che ambiscono a disegnare la fitta e complessa rete IX