INTRODUZIONE Nelle pagine che seguono si tenterà di dar conto in modo sintetico delle opportunità di crescita sostenibile e delle progettualità che emergono dalle diverse parti dal sistema territoriale torinese. Il ragionamento viene impostato a una scala “mesoterritoriale”, partendo dall’individuazione di aree vaste corrispondenti a sistemi locali la cui potenziale messa a sistema potrebbe conferire una capacità di presenza strategica più solida a tutti i localismi componenti. Un simile approccio fonda sulla constatazione dell’esaurimento progressivo di una fase nella quale il dinamismo delle singole città, o dei singoli sistemi produttivi locali era di per sé sufficiente a garantirsi soddisfacenti margini di crescita, e talora di presenza attiva sulla scena internazionale. È percezione diffusa che nell’attuale fase competitiva distretti industriali e singoli poli urbani corrano il rischio di vedere interrotta la propria traiettoria di crescita se non riescono a fare massa critica entro sistemi territoriali più ampi, condividendo reti e snodi infrastrutturali, polarità della conoscenza e dell’innovazione, immagine d’area, e non pervengano a una gestione unitaria dei bacini delle risorse territoriali, dal capitale umano al patrimonio naturale e ambientale. Le ricerche condotte da IRES e ITATEN nel corso degli anni novanta suggerivano una suddivisione per “quadranti”, che trovava fondamento nella storia dei processi insediativi e si trovano rispecchiati oggi in talune omogeneità morfologiche. A distanza di circa un decennio questa rappresentazione trova ulteriori elementi di giustificazione nei processi evolutivi in atto, se si considerano elementi quali la forte gravitazione esercitata dal nucleo metropolitano torinese sulle conurbazioni circostanti e dal sistema metropolitano centropadano sulle parti orientali della regione, o ancora la doppia croce segnata sul territorio piemontese dai grandi tracciati infrastrutturali, con le dorsali trasversali Nizza-Cuneo-Alessandria-Piacenza e Lione-Torino-Novara-Milano, incernierate sulle connessioni longitudinali Savona-Torino-Aosta-Monte Bianco e Genova-Alessandria-NovaraSempione. In questa trama si ripartiscono i vantaggi localizzativi derivanti dall’accesso alle grandi reti continentali. Un’analisi del territorio metropolitano in termini di sistema integrato si rivela quindi calzante soprattutto per Torino in quanto qualsiasi grande città non può non affrontare molte delle grandi sfide che ne determineranno la capacità di competere e svilupparsi se non rifacendosi al rapporto con l’ambiente circostante1. È così in molteplici campi, dalla gestione delle opportunità e dei problemi ambientali al governo delle infrastrutture di collegamento (i cui snodi di estendono sull’intera area metropolitana), alla necessità di lavorare, al fine di una programmazione pienamente efficiente, su sistemi territoriali integrati che vadano ben oltre i confini del solo nucleo cittadino. Proprio su quest’ultimo punto Torino ha già espresso progettualità e iniziative significative: in passato il progetto Tecno City e più di recente l’elaborazione di un ampio programma conosciuto come “Torino città delle Alpi”. Anche questioni più delicate e dibattute, come il rapporto tra la città e la Valle di Susa in occasione del prolungato dibattito sulla realizzazione della TAV, con l’insorgere di evidenti difficoltà nel creare alleanze e meccanismi di co-decisione, mettono in luce l’esistenza di un problema storico tra Torino e il suo hinterland: una relazione che non è mai stata facile e che ancora oggi necessi1 Per il Piemonte nord-ocidentale l’analisi è facilitata dalla naturale coincidenza con la partizione provinciale, a differenza di altre parti della regione, tra le quali spicca il Nord-est, frazionato in quattro province amministrative, ciascuna delle quali troppo piccola per poter reggere ipotesi strategiche relativamente autocontenute. Anche nel presente quaderno – come in quelli dedicati alle altre parti della regione – si è comunque preferito parlare di “quadrante” anziché di “provincia” per evitare che l’analisi strutturale di un territorio composito, di cui si ipotizza un possibile – ma non scontato – sviluppo coordinato, venisse disturbata da un presupposto di unitarietà naturale supportato dall’unità amministrativa. 1