via, come per molti altri aspetti della vita economica italiana, si avverte l'esigenza di un discorso più generale, che faccia riferimento agli obiettivi di medio e lungo termine e verso i quali deve tendere l'apparato produttivo del Paese, obiettivi che attendono ancora di essere discussi e chiariti. Questa esigenza non potrà più essere elusa per molto tempo: se non definiremo gli obiettivi del nostro sviluppo, il nostro spazio decisionale si ridurrà per effetto delle decisioni e delle politiche degli altri Paesi. Gli inizi del dibattito, stimolati da uno stato di necessità, sono uno dei segni della presa di coscienza che si sta verificando in questi anni nel nostro Paese attorno ai problemi della politica industriale. Per anni il mondo politico nel suo complesso e, in misura minore, il mondo industriale e sindacale hanno avuto dell'industria una visione estremamente rozza e semplicistica derivante da una applicazione meccanica alla nostra realtà di modelli concettuali nordamericani o sovietici. In entrambi i casi le industrie ritenute più importanti sia pure con diversa valutazione erano soprattutto quelle 'moderne' o 'pesanti'. Per anni è stata opinione pressoché universalmente diffusa che il nostro futuro, sulla falsariga dell'esperienza americana o di quella est-europea, dovesse necessariamente passare per l'elettronica e l'aeronautica, l'industria nucleare e quella chimica, le acciaierie e le raffinerie di petrolio. Si è pensato, insomma, in questi anni che esistesse un solo e già sperimentato « modo di fare industria » e che nel modello industriale del futuro le industrie leggere, o quelle più antiche (come sono appunto quelle connesse con il fenomeno tessile e calzaturiero), fossero inevitabilmente destinate a perdere lentamente di importanza. Un mal riposto senso delle priorità portava inoltre a dare la massima importanza ai progressi tecnologici che si verificavano nelle industrie 'moderne', ed a minimizzare invece quelli che avvenivano negli altri settori. Ci si accorse così appena, ai massimi livelli di direzione del nostro sistema economico, che, nel corso degli Anni Sessanta, i settori tessili e calzaturieri avevano vissuto un periodo di trasformazioni tecnologico-organizzative colossali e si presentavano come un complesso industriale nettamente diverso da quello che erano state dieci-quindici anni prima. La crisi petrolifera, unita alla crescente ingovernabilità di tutti i sistemi economici occidentali, ha incrinato queste certezze, ha alte- 8