Il futuro politico del Caucaso meni, àvari, calmucchi o abchazi, musulmani, cristiani di rito gregoriano o buddisti, i popoli del Caucaso dovevano trasformarsi in cittadini della Russia nel senso pieno del termine e non puramente sotto il profilo formale o giuridico. La loro patria doveva diventare a pieno titolo la Russia e la massima autorità terrena doveva essere per ogni cittadino dell'Impero l'autocrate di tutte le Russie. Era questo il significato dell'obrusenie, del progressivo avvicinamento alla Russia. Gli unici anni in cui si può parlare effettivamente di un tentativo di totale «russificazione» furono quelli tra il 1885 e il 1905. In questi due decenni, infatti, forse sotto la spinta dell'etnocentrismo allora di moda in Europa, in Russia si tentò di sradicare gli idiomi locali e di sostenere una qualche forma di discriminazione nei confronti della popolazione non russa e di religione non ortodossa. Il mondo della scuola passò interamente alla lingua di Stato, vennero proibite varie organizzazioni nazionali con scopi pedagogici e le pubblicazioni nelle lingue locali subirono un brusco decremento. Il fatto che il potere zarista considerasse i movimenti nazionali e religiosi dei popoli dell'Impero come una propaganda ostile e come un'attività eversiva a favore di paesi stranieri non era del tutto privo di fondamenti. Su questo periodo sono eloquenti le parole del principe D. Melikov, un armeno di sangue caucasico, tratte da una sua lettera di servizio inviata il 19 dicembre 1905 al conte S. Ju. Vitte, allora primo ministro: Dopo l'eliminazione dell'istituto dei governatorati nel Caucaso nel 1881 [...] non sono state condotte riforme globali e profonde19; nel contempo, con la campagna contro le regioni periferiche iniziata da una parte della stampa della capitale, anche tra le sfere dirigenti degli organi locali del Caucaso si è venuto a creare un atteggiamento del tutto negativo nei confronti della popolazione indigena. Anziché prodigarsi per una reale diffusione della lingua di Stato, ci si è apertamente abbandonati a soffocare gli idiomi locali, tutto ciò che era indigeno è sta- fermò tale principio: «Tutte le terre e le foreste in cui abitò il popolo ceceno fino alla sommossa del 1839 vi verranno restituite e resteranno vostre in etemo [...] La vostra fede, le vostre proprietà e i vostri usi e costumi rimarranno intatti», cfr. V. S. Djadkin, Il problema nazionale cit., pag. 612. 19 [Nella regione, N. d. A.]. 17