anche la domenica (era una replica vera e propria, non una registrazione). La Rai di Sergio Pugliese, perché sua era la Rai, è un’azienda che riesce persino a dare un volto umano alla pubblicità, che sogna di animare la biblioteca dei grandi classici, che arriva finalmente a mettere In scena il romanzo italiano per eccellenza: “I Promessi Sposi”. Prima di morire, dicembre 1965, Pugliese, che era uomo di grande mestiere ma di non grande bagaglio culturale, crea un Comitato Consultivo con compiti di commissione di vigilanza culturale che si riunisce la prima volta il 26 gennaio 1966 (ne facevano parte: Gaetano Afeltra, Mario Apollonio, Valentino Bompiani, Rinaldo De Benedetti, Tommaso Ferraris, Roberto Leydi, Eugenio Montale, Bruno Pagani, Fidia Sassano più gli “interni” Emilio Castellani e Carlo Terron). Non è difficile scorgere in queste cautele umanistiche, in questo cercar conforto nell’Autorità un certo complesso di inferiorità nei confronti della Cultura, la mancanza, appunto, di legittimazione culturale da parte dell’intelligenza progressista ben attestata nei giornali, nelle università, nelle case editrici. In assenza di questo consenso, si aveva persino vergogna di conservare i programmi allestiti. E’ significativo un piccolo particolare: il registratore videomagnetico, il famoso Ampex, fa II suo ingresso ufficiale in Rai il 5 ottobre 1959, ma viene usato al pari di una cinepresa. Bisognerà attendere lo scandalo di “Canzonissima 1962”, quella di Dario Fo, perché l’Ampex entri a pieno titolo nel meccanismo produttivo, ovviamente motivato da funzioni di controllo. In assenza di questo consenso, è quasi inevitabile che i due più grandi fallimenti della televisione italiana siano stati (e in parte continuino a esserlo) proprio quelli in cui era più presente la volontà di potenza, l’aspetto progettuale, l’investimento pedagogico: gli sceneggiati e il telegiornale. Una delle prime inchieste del Servizio Opinioni, ne accenna il “Radiocorriere” del 16 luglio 1967, rivela che nell’arco di dodici anni il gusto del pubblico ha orientato i programmi dapprima verso il quiz, poi verso la musica leggera, quindi verso il romanzo sceneggiato e finalmente verso i film. Constatato che la serata-chiave della settimana televisiva 1954 era il grande appuntamento del venerdì, dedicato alla prosa, e che Giorgio Albertazzi, con le sue letture di novelle, fece registrare il primo caso di divismo da piccolo schermo, il Servizio Opinioni suddivide in quattro fasi la breve storia della televisione italiana: a) il quiz; “Lascia o raddoppia?" “non inventò la TV, ma la fece scoprire: che all’atto pratico è quasi lo stesso”; b) la musica leggera; “Il Musichiere” fu il piano inclinato sul quale II protoquiz scivolò nelle seconde posizioni, e spianò il cammino alla seconda età dell’Italia televisiva: quella canora e musicale”; c) il romanzo sceneggiato; dai lontani exploits del 1957 con “Jane Eyre” e “Il romanzo di un giovane povero” ai vertici del 1961 e del 1964, rispettivamente con “Il caso Mauri-zlus” e con “La cittadella”. d) ¡film. La tenuta dei film in televisione, siano essi spezzati dalla serialità o dalla réclame, dura tutt’ora. Quando, nel gradimento del pubblico, prevalgono I film è veramente il modello in cui finisce l’identità italiana della televisione; qualcosa di sovrannazionale comincia a impregnare di sé i palinsesti, qualcosa di “non televisivo” comincia a scandire la ritualità dello schermo domestico. Anni di smemoratezza, i primi anni della televisione italiana. Ma forse, adesso, siamo noi a non osare più ricordare quale rivolgimento ha scatenato l’ingresso in scena di quel nuovo strumento. Un sommovimento tellurico di lunga durata (una decina d'anni almeno) che a poco a poco ha coinvolto l’intera nazione; qualche picco di forte intensità (come “Lascia o raddoppia?” o “Campanile sera”), molte onde sismiche che hanno spinto la televisione da fenomeno parziale a fenomeno dominante della società contemporanea. La televisione segna una data post quam\ dopo la televisio- 25