per rispondere alle domande di Mike Bongiorno, era cominciato l’incubo del giovedì). Preceduto dalle esperienze radiofoniche di “Campanile d’oro” (1954), un concorso fra regioni a colpi di esibizioni di dilettanti, presentato da Lidia Pasquani, Enzo Tortora e poi dagli autorevoli Silvio Gigli e Nunzio Filogamo, del “Gonfalone” (1958), un “gioco dell’oca delle regioni italiane” presentato da Mike Bongiorno, e da quella televisiva di “Telematch”, “Campanile Sera” diventa ben presto la trasmissione attraverso cui gli italiani imparano a declinare televisione e vita nazionale. Per questo spiace che negli archivi della Rai esistano solo risicati brandelli di quello che sarebbe sicuramente il più illuminante ritratto antropologico di un’Italia che si stava avviando ai fasti del boom economico. “Campanile sera" rimane indubbiamente l’invenzione più squisitamente italiana della Rai; da una parte c’è il recupero di tutto un armamentario radiofonico, ben collaudato, di giochini, prove di abilità pratica e quiz alla portata di tutti, dall'altra l’idea di passare dalla partecipazione individuale al gioco a quella collettiva. Vengono così evocate in un grande psicodramma nazionale le ombre dei Campanili, dei Comuni, delle mille Piccole Praterie in cui si è divisa l’Italia, risvegliando, direbbe Gramsci, “polemiche sorte nel periodo di formazione della nazione italiana e della lotta per l’unità politica e territoriale e che hanno continuato e continuano ad ossessionare almeno una parte degli intellettuali italiani”. La televisione va a riempire quel vuoto non ancora colmato della carta stampata (quindi non avrà “culture nazionali” da distruggere, né “scrittori e popoli” da mortificare, se mai rotocalchi e fotoromanzi da inglobare). La televisione, usando i Campanili come postazioni ideali per i suoi ripetitori, unifica l’Italia, senza ferirla, tutt’al più imbrattandola un po’ (nei grandi agenti dell’unificazione c’è sempre e comunque un qualcosa di sinistro, dalla Peste alla Pizza). A coloro che saranno convocati a Milano per rappresentare i Comuni in gara, saranno rimborsate le spese di viaggio in ferrovia (Il classe) e le spese di soggiorno in lire 5000 giornaliere (articolo 7 del regolamento della trasmissione). Il 22 ottobre del 1959 viene allestito e diffuso in bassa frequenza un numero zero fra i comuni di Giussano (Milano) e Saronno (Varese). E’ la prova generale della messinscena della Grande Triade Televisiva (il Singolo, la Famiglia, la Piazza): una rappresentanza dei due Comuni si batte in quel vero e proprio luogo di tortura che sono le cabine “isolate”; una minoranza “che sa” (professionisti, notabili, studenti) siede sul palco delle autorità del Comune per rispondere alle domande dell’Inviato (il messaggero dell’Aziènda) ed è circondata dalla folla, coreograficamente dispiegata sulla piazza per tifare e per dedicarsi a quella partitica selvaggia che giustamente è stata definita dello “sbraccio violento”; alla famiglia (un anno dopo) compete la gara dei prezzi per quella piccola lezione di economia domestica spianatrice di strada al nascente Potere d’Acquisto: “così il qualitativo diventa un caso speciale della quantificazione, il non fungibile, il lusso comfort e, da ultimo, gadget senza senso”. I giornali vengono prontamenti rimorchiati dalla locomotiva televisiva e si dilungano a parlare di questo lungo viaggio in provincia: viene evocato il senso balzachiano della provincia, la vivezza di immagini tipica di un certo cinema fracese (il neorealismo, evidentemente, era fatto solo di panni sporchi), la scoperta dell’esistenza di un vitalissimo mondo, ricco di interessi e di curiosità, non meno aggiornato di quello delle maggiori città, il moltiplicarsi della galleria dei (famigerati) personaggi messi in luce da“Lasciao raddoppia”. E’ questo il momento in cui si innesca il meccanismo di amplificazione tra televisione e giornali, non più a livello del singolo personaggio ma a quello di vita sociale; è una rigenerazione reciproca in cui ci si scambia, volta a volta, il ruolo di lente di ingrandimento o di 57