Il personaggio principale Ubaldo Lay - a 42 anni - cominciava a vivere la seconda stagione artistica della sua vita, che sarebbe stata molto più esaltante della prima. Per circa venti anni, la sua era stata definita ‘‘la più bella voce della radio”, tanto bella da meritargli il microfono d’argento. Da qualche tempo, però, Lay non era più un divo'della radio, né la televisione aveva ritenuto di prenderlo in considerazione. Solo qualche apparizione in due commedie e in un romanzo sceneggiato - ‘‘L’isola del tesoro” - In cui Majano lo aveva sepolto in una barba da troglodita e avvolto In un costume a lungo metraggio. L’incontro, dopo venti anni, con Ciambricco - col quale aveva trascorso diversi mesi in zona di operazioni - aveva rinverdito un’amicizia, ma al tempo stesso gli aveva offerto l’occasione che da tempo andava cercando. Lay chiese a Ciambricco - del quale conosceva l’attività di scrittore, seppure “mascherato”, di gialli - di tenerlo presente per eventuali suoi lavori alla televisione. Ciambricco stava già lavorando al progetto di “Giallo Club” cogli altri due autori, che si dichiararono d’accordo nel proporre Lay come protagonista/eroe degli sceneggiati, perché aveva la faccia giusta: seria, onesta, credibile, anche perché televisivamente nuova. Grado e nome furono ¡I risultato di lunghe discussioni tra gli autori: Tenente, perché è un grado giovanile; Sheridan, quello degli pseudonimi “americani’’ che suonava meglio; Ezechiele (Ezzy, per gli amici), dal lupo cattivo/slmpatico di Walt Disney. Accoglienza del programma 1) / critici. In un primo tempo non furono affatto benevoli con Sheri-dan/Lay, tanto che (ma, questo, Lay non lo ha mal saputo) nelle alte sfere dellaTV si ventilò l’ipotesi di sostituirlo dopo la 3a trasmissione. I critici scrivevano che Lay era un attore freddo, legnoso, di poca comunicativa, sicché il personaggio ne usciva sbiadito, spento, di poca presa sul pubblico. Mentre davano un giudizio pressoché unanimamente positivo sulla validità del programma, quasi tutti affermavano che la minaccia di affossarlo veniva dal protagonista principale. GII autori difesero Lay, sostenendo che era troppo presto per esprimere un giudizio su un personaggio che doveva conquistarsi piano plano, con quel panni e quegli atteggiamenti, il favore dei telespettatori e - possibilmente, ma non necessariamente- dei critici. LI aiutò nella difesa (e, così salvò Lay) Sergio Pugliese, che rassicurò gli autori: “Avete ragione voi -disse - andate avanti così. E sono sicuro che scriverete anche la storia dei nipoti di Sheridan”. Intendeva dire che Sherldan sarebbe vissuto a lungo. Pugliese fu - allora - tra pochissimi ad aver capito che la Televisione italiana stava creando il primo-e, perora, ancora unico-suo vero “personaggio”: il primo poliziotto all’italiana divenuto famoso anche oltre II confine. Ma c’era anche qualche critico “non allineato" con I detrattori del Tenente Sheridan. Scrisse Carlo Gregoretti su “L’Espresso” del 17 gennaio 1960: “Liberi da quelle fastidiose deformazioni che legano la maggior parte degli autori alla necessità di creare degli eroi, i tre di “Giallo Club” hanno dato vita ad un personaggio, quello Interpretato dall’attore Ubaldo Lay, che si distacca dai modelli più celebrati e, rldimenslonablli, ci dà dell’investigatore una immagine più accettabile. Di classico, il tenente Sheridan ha soltanto il nome: non ha il cazzotto di Lemmy Caution, né lo slancio dialettico di Perry Mason; non ha lo spirito di osservazione e le straordinarie facoltà deduttive di Ercole Poirot e non ha neppure la consumata esperienza del Commissario Malgret. E’ un essere umano scrupoloso e sensibile, ma con le pas- 195