Signora: Fermatevi, non potete! Voi non sapete chi sono io. Mike, ditegli chi sono io. Maggiordomo: Madame è la più grande Televisione vivente. Attore: Non è vero, me ne vado, me ne vado, non è vero. Signora: Fermatevi, fermatevi, fermatevi... fermatevi! Attore: (off) Mi colpì tra capo e collo con un terribile copione di “Canzonissima”. Ed ecco come sono finito. Tra poco verrà l’ambulanza a portarmi via e, peggio ancora, verranno i cinegiornali. Maggiordomo: Lasciatele questa ultima illusione. Pronti? Motore! Ciak! Azione! Fate largo alla più grande Televisione vivente». “Con i potenti mezzi messi a nostra disposizione dalla Radio-televisione italiana...” era una delle formule magiche che aprivano l’enclave del filmato, all'interno della trasmissione: luogo segreto, antro misterioso dove si celebrano i riti del-l’autoreferenza, di timide coscienze metalinguistiche, di intrattenibili aspirazioni. La televisione accetta di fare da guscio a una vitale secrezione di cinema per trovare autonomia e dignità (attraverso il pastiche) proprio nei confronti del cinema; la televisione si emancipa dal modello teatrale dominante, inteso soprattutto come modello di ripresa, attraverso queste escursioni cinematografiche. “Fare il verso” è quasi sempre una testimonianza di affetto e di fiducia; nella fattispecie è un dovuto omaggio a un cinema, che agli inizi degli anni Sessanta, sembrava aver ritrovato grinta e autorevolezza. Se preziosi riferimenti cinematografici vengono scalfiti, graffiati, sporcati è per una sorta di complicità: sovente parodiare un testo significa anche rendergli omaggio, serve a far conoscere meglio i modelli a cui si ispira (Questo vuol dire che il pubblico di allora conosceva meglio il cinema? che si potevano fare allusioni colte? che il cinema era forte ma la televisione debole?). Ma “fare il verso” è anche un segno di forza: il meccanismo della costruzione in abisso della citazio- ne (un programma televisivo cita malignamente un altro programma, che a sua volta, cerca di provocare al riso parlando male di un altro programma che...) è un modo per costruire, etologicamente, un territorio. Con questi “strani anelli”, la televisione disegna mappe e carte stradali che servono, soprattutto a Lei, per circoscrivere un territorio e per avviarsi verso nuovi domini. Questi filmati sono false inchieste, mini-film, microstorie (più vicine a Carosello che agli sceneggiati) che si avventano sulle onde, sui tics sociali, sui mezzi di comunicazione: costituiscono in qualche modo una piccola serie che la dice lunga sulla via italiana al telefilm. Il serial richiede strutture, uomini, disponibilità economiche, propensioni ideologiche e nessuna idiosincrasia a raccontare storie; perché queste componenti si ritrovino tutte ci vogliono congiunzioni astrali davvero favorevoli; agli Stati Uniti è capitato in sorte, si fa per dire, di produrre grandi telefilm sulle ceneri di un glorioso “cinema di serie B”; all’Italia la produzione dell’illustrazione degli sceneggiati radiofonici; al Sudamerica quella della telenovelas. Così va il mondo. Però, la piccola cineteca dell’“Amico del giaguaro", con la sua attitudine proclitica, suggerisce che ci sarebbe potuto essere lo spazio per il meta-serial, per storie che si nutrono di corpi già vaganti nell’etere, per una continua rivisitazione colta se pur di “seconda mano”. 65