LA DIREZIONE DI LUIGI EINAUDI ALLA «RIFORMA SOCIALE» le prime annate, fece la parte del leone sulla 'scienza astratta'; l'informazione intorno ai fatti e alle istituzioni economico-sociali prevalse nettamente sulla teorizzazione. Il desiderio da parte del direttore che la rivista non sia il luogo di chi voglia produrre titoli accademici (gli «elementi di titolografia»,6 li chiamerà Einaudi che raccomanda di scrivere solo quando si ha qualche cosa di nuovo da dire), comporta che la presenza delle firme più autorevoli della scienza economica italiana non sia rilevante. Si incontra una sola volta, e su un tema molto ristretto, Maffeo Pantaleoni;7 Vilfredo Pareto vi ristampa parte dell'introduzione ai Sistemi socialisti (quindi, non un articolo originale);8 altri compaiono solo sporadicamente e hanno invece una presenza continua sul «Giornale degli economisti»: è il caso di Costantino Bresciani Turroni, Enrico Barone, Marco Fanno, Benvenuto Griziotti, Gustavo Del Vecchio e Umberto Ricci. Alcuni fra i maggiori economisti del tempo non pubblicano mai sulla «Riforma»: ne sono un esempio Ugo Mazzola, Antonio De Viti de Marco, Giorgio Mortara, Luigi Amoroso. Diversi autori importanti si tengono in equilibrio collaborando a entrambe le testate, e in alcuni casi prediligendo la «Riforma». Tra le firme più autorevoli che compaiono ricordiamo quelle di Luigi Albert ini, Riccardo Bachi (autore dell'annale L'Italia economica dal 1909 al 1922), Gino Borgatta, Alberto Breglia, Attilio Cabiati (dal 1901 scrive ben 56 articoli), Francesco Coletti, Riccardo Dalla Volta, e soprattutto, come è ovvio, Luigi Einaudi (scrive sulla «Riforma» ben 155 articoli, distribuiti come segue: 60 fra il 1896 e il 1918, una significativa pausa di quattro anni con una sola breve comparsa nel 1920 di una prefazione a uno studio di Filippo Carli sul costo sociologico del protezionismo, una sola volta nel 1923, nel 1925 soltanto la recensione, non del tutto elogiativa, alla II ed. del Trattato istituzionalisti che credono di confutare la teoria pura identificandola con l'homo oeconomicus: «le divagazioni dei rappresentanti della cosiddetta "economia corporativa" non possono essere prese sul serio da nessun economista»: La complementarietà prima delle tre tappe del progresso della teoria economica pura, «Riforma sociale», XL, voi. XLIV, 1933, p. 272. 6 La locuzione è presente in uno «stelloncino» di Einaudi sull'ultimo fascicolo della rivista nel marzo-aprile 1935 ma già nel 1908 Einaudi intende escludere dalla sua rivista: «la pubblicazione di studi d'interesse puramente dottrinale o di articoli destinati dai loro autori ad essere presentati come titoli di concorso. Gran parte della produzione professorale italiana è di tal natura, ed è quella che fa più ressa per essere pubblicata. Ma è anche quella che meno interessa i lettori»: L. Einaudi, Ai lettori, «Riforma sociale», XV, voi. XIX, n. 1, 1908, p. 6. 7 M. Pantaleoni, Ancora sul limite dei prestiti bellici, «Riforma sociale», XXIV, voi. XXVHI, nn. 3-4, 1917, pp. 214-215. 8 Cfr. G. Bianchi, «Colpo» editoriale o deviazione di percorso? Pareto e la «Riforma sociale» di Einaudi, in La Scuola di Economia di Torino. Da Cognetti de Martiis a Einaudi, a cura di G. Becchio e R. Marchionatti, «Quaderni di storia dell'Università di Torino», VHI-IX, n. 7, 2003-04, pp. 165-183. Se Pareto e Pantaleoni collaboratori della rivista non furono, certamente è da segnalare da parte della «Riforma» un'attenzione alla loro produzione scientifica attraverso apposite recensioni e studi ad essi dedicati. — 125 —