no EDOARDO TORTAROLO ne di Machiavelli lo ebbero pochi e se era troppo facile diventare cinici, anzi forse anche più naturale diventare scettici. E difatti una profonda corrente di scetticismo traversa anche quegli eretici che pure erano i più gran santi dell’epoca come i Socini. Ho letto a Torino l’Ariosto e mi ha fatto una strana impressione. Dire che è il poeta dell’armonia, è un parlare molto aulico, è invece il poeta di questo scetticismo, detto altrimenti buon senso italico e per questo veramente il nostro poeta nazionale, lo si sente vicino, è proprio tutto noi e poi è un gran poeta, ma è come l’altra faccia, insieme più illuminata e più fredda di Machiavelli. È strano dire che l’immaginoso Ariosto sia il poeta del buon senso, ma credo che lo si potrebbe dimostrare anche testualmente: tutto il suo effetto ironico e vivificante viene dal continuo contrasto tra le sue storielle e quello che si sa benissimo essere la realtà, quello che è perfettamente noto essere piatto, solito, normale. La risposta di quel tal cardinale alla lettura dell’Orlando: «ma dove avete trovato, messer Ludovico» con quel che segue, è molto più profonda e giusta di quel che pare, è veramente il sentimento che fa nascere, che provoca addirittura il poema, così freddamente radicato in una «realtà» di buon senso, da far parere fesserie tutto il resto, tutte le apparenze. È un’armonia se si vuole, è una serenità, ma assolutamente priva di qualunque senso di lotta, di creatività umana. Mi piacerebbe non poco discutere con te questa impressione, che forse è eccessiva, e confrontarla con quello che mi dici dell’abile ma vuota decorazione del Rinascimento. E curiosa davvero quell’idea di cui mi parli di «lusingare gli occhi degli ignoranti» quando è così evidente che gl’ignoranti, nel vero senso della parola, che non «sapevano», conoscevano, sentivano, i veri scettici, erano proprio ì veri autori degl’inganni. Almeno questo nel rinascimento, che nel barocco già non è più così. Già la cosa comincia a riprendere un più profondo significato, proprio delle epoche di crisi. Infatti soltanto nel barocco questo scetticismo, figlio della disperazione machiavellica, comincia a prendere l’aspetto di un’ombra, di una falsità di cui si ha coscienza, di un aspetto dialetticamente negativo di una nuova realtà. Il falso, come falso, il morto, come morto, è già diventato il problema essenziale intorno a cui si lotta, si disputa, con una sincerità, con una passione che già dimostra che si doveva liberarsene. Ma questo non è già più in Italia, che si ferma allo scetticismo, almeno nel tono generale. Vorrei poterti far vedere dei passi di Quevedo e di altri scrittori spagnoli che ho letto a Li-gueras, che sono interessantissimi su questo problema del «falso» nel barocco. Vorrei proprio continuare a lavorare in questo senso per