6 marzo 1887 L'ECONOMISTA 153 non può essere universalmente adottata nè sollecitamente ed estesamente introdotta quantunque abbia davanti a sè un importante campo per svolgersi. Non occorre dire che per gli operai le incertezze sul probabile avvenire della cooperazione non esistono ed essi le sono tutti favorevoli. •Ma i pochi casi che già si hanno, utili come esperimenti e materia di studio, non sono dati sufficienti per trarre qualche conclusione favorevole, giustificata dai fatti, e l’esame delle condizioni e dei principi che oggi sono i coefficienti della produzione non può rendere fiduciosi sull’avvenire della cooperazione di produzione. E questa è anche l’opinione che generalmente si trova esposta dagli interpellati, i quali senza escffi dere uno sviluppo ristretto della cooperazione non ne ritengono possibile l’applicazione estesa. Opinioni invece assai favorevoli alla partecipazione al profitto si trovano presso quasi tutte le classi di persone interpellate, poiché considerasi, e certo correttamente, che la partecipazione al profitto non è una riforma così radicale come la cooperazione. Essa invero non suppone una organizzazione economica diversa dall’ attuale, ma mentre mantiene il salariato tende ad associare più intimamente il capitale ed il lavoro, facendo partecipare quest’ultimo all’alea del guadagno derivante dall’impresa industriale. E diciamo all’alea del guadagno, sebbene alcuni che hanno scritto su questo argomento pare intendano la partecipazione al profitto nel suo senso letterale, cioè, nel caso solo che il profitto ci sia. Ma non appare certo illogico che la partecipazione debba essere completa ; cioè tanto nel caso di utili, quanto in quello di perdite; altrimenti l’industriale che nei periodi di crise è costretto a smaltire i suoi prodotti con perdita od anche solo rinunciando ad ogni guadagno si troverebbe in una condizione pessima e inferiore a quella dello stesso operaio che avrebbe sempre la rimunerazione fissa del suo lavoro sotto forma di salario. La base di una divisione dei profitti, scrive un industriale, involve necessariamente una divisione delle perdite, le quali, sono spesso eonsiderevoli e non sono mai considerate dall’operaio quando non è interessato come comproprietario. La partecipazione al profitto, scrive il prof. Clark, mi pare venire subito dopo l’arbitrato^ e costituire un miglioramento di fronte ad essa. È più che incerto se essa sarà universalmente adottata, ma che debba esercitare una azione, benefica ed estesa può difficilmente dubitarsi. E questa è anche l’opinione più diffusa, pur non mancando coloro pei quali la partecipazione al profitto non migliorerebbe punto la situazione attuale di cose, inquantoebè i salari rappresentando la parte che le condizioni presenti del lavoro conferiscono legittimamente a quest’ultimo e che il capitale è disposto a dare, una divisione ulteriore dei profitti non potrebbe che restringere l’ammontare complessivo della ricchezza distribuito sotto forma di mercedi. Ma se teoricamente la partecipazione ai profitti può anche sostenersi, praticamente le difficoltà sono numerosissime od almeno lo saranno finché le abitudini industriali non avranno subito un cambiamento radicale. E gli industriali nelle loro risposte fanno notare a quali conseguenze conduce la partecipazione al profitto, conseguenze contrarie ai bisogni e agli usi industriali. Così per citarne una, mentre l’imprenditore può ora sciegliere e migliorare continuamente i suoi operai, la partecipazione legherebbe per qualche tempo l’imprenditore agli operai e impedirebbe qualsiasi miglioramento nel personale, risolvendosi per tal modo in un inciampo al progresso della produzione. Da questi brevi cenni sommari delle risposte fornite dalle varie persone, cui fu chiesto un parere su quei vari punti dell’inchiesta, e più ancora da una lettura, anche rapida delubro, è facile desumere la discordanza delle idee intorno alla questione operaia e ai modi migliori, non diremo per risolverla, che forse non può essere questione di soluzione, ma per attenuare per quanto è possibile, i danni che da essa derivano ed eliminare le cause del dissidio tra il capitale ed il lavoro. Mentre gl’industriali si fanno naturalmente a difensori del salariato e concedono tutt’al più che l’arbitrato e la cooperazione possano produrre qualche bene, sebbene siano poco praticabili, gli operai condannano il salariato e si esprimono a favore della partecipazione al profitto e della cooperazione. Stanno fra mezzo gli economisti, i pubblicisti e gli altri, ma se si eccettua i primi, talvolta fautori delle riforme più o meno buone, appoggiate da chi s’immagina di poter plasmare la produzione dall’ oggi al domani secondo un criterio proprio, degli altri non è possibile di fare una classificazione. Si aggiunga che se si possono raccogliere or qua or là delle osservazioni e delle critiche acute, la brevità delle risposte e la grande frequenza delle affermazioni pure e semplici toglie a una parte di esse il loro valore. Tuttavia il libro che racchiude le opinioni di oltre ottanta persone non si può leggere senza sentire tutta la gravità che deve presentare "agli Stati Uniti la questione operaia e l’interesse sempre maggiore che essa va suscitando. LA BANCA NAZIONALE ITALIANA durante l’anno ISSO L’on. Direttore Generale della Banca Nazionale ha letta all’adunanza generale degli azionisti avvenuta in Firenze il 24 Febbraio p. p. la completa relazione sull’andamento dell’Istituto durante il 1886. La relazione, prima di dare un esteso ragguaglio delle operazioni compiute dalla Banca, contiene delle considerazioni d’ordine generale, che per la importanza che presentano esamineremo in un altro numero limitandoci qui a riferire soltanto i dati che dimostrano il movimento del nostro maggiore istituto di credito. Il movimento generale delle Casse è asceso fra introiti ed esiti, alla somma di 19,192 milioni di lire. Questa somma sòrpassa quella ottenuta nell’anno antecedente di oltre a 2,357 milioni; rimpetto all’importo conseguito nel 1884, riesce maggiore di circa 7 miliardi. Le particolarità del movimento fanno vedere, in riguardo alle valute metalliche, che contro un introito di 101.8 milioni, l’uscita è ascesa a 95.1 milioni; onde, al 31 dicembre ultimo, la riserva metallica dell’Istituto, in confronto con quella alla stessa data del 1885, si era accresciuta di circa 7 milioni di lire. Il cambio dei biglietti ha sottratto alla riserva circa 58 milioni; le importazioni dall’estero l’hanno ingrossata di 39. Il movimento dei conti correnti è salito a 6. 157 milioni, con aumento di 505 sull’anno antecedente;