L'ECONOMISTA GAZZETTA SETTIMANALE SCIENZA ECONOMICA, FINANZA, COMMERCIO, BANCHI, FERROVIE, INTERESSI PRIVATI Anno XII - Voi. XVI Domenica 26 Aprile 1885 N. 573 SULL'ATTUALE (MIE ECONOMICA E FINANZIARIA DELL' ITALIA La recente crise, che ha colpito le Borse, un poco in causa delle minaecie di guerra, e forse non poco in causa delle precedenti troppo vivaci speculazioni al rialzo, ha prodotto, per ripercussione, una scossa non lieve sul mercato economico italiano, il quale da un anno già dava segno di debolezza. Come avviene quasi sempre in sinuli circostanze la stampa periodica diede l'inizio ad una specie di sgomento, e contribuì a trascinare in tale scomposto consiglio anche la pubblica opinione. Non vi fu più ritegno nell'esagerare i fatti e nel giudicare con iscarsa rettitudine. Fu per qualche settimana quasi una gara sguaiata a chi sapesse dipingere con colori più foschi la condizione economica e finanziaria del paese. Molte volle abbiamo avvertito un analogo fenomeno e, pur deplorandolo, lo abbiamo spiegato se non scusato, eoll'agitarsi della passione politica, la quale spinge i diversi partiti a profittare di qualunque circostanza per raggiungere la prevalenza e per attirare nella propria orbita, sia pure durante un momento, l'opinione dei più. Tale spiegazione però non toglie al fenomeno la sua gravità, nè diminuisce il biasimo a chi concorre a determinarlo; tanto più se anche quegli uomini che hanno fama di serii e di solito discutono con calma, cospirano nei periodici che a loro si conoscono legati, a questo facile abbandono verso i più esagerati apprezzamenti. Certo non si vogliono sconoscere le esigenze della politica e la libertà che dobbiamo concederle di operare come meglio le convenga per raggiungere i suoi fini ; ma se i mezzi nuocciono o contribuiscono a nuocere al bene pubblico, sia perchè spaventano il paese con ingiuste analisi e con esagerati pronostici o ne fuorviano la opinione con falsi giudizi e con inesatti apprezzamenti, allora anche la esigenza della politica deve avere i suoi limiti e non deve esserle lecito di oltrepassarli. Ora ci pare che in tutta la agitazione che si è manifestati e più ancora nei giudizi che si vanno dettando con tanta ostentazione manchi soprattutto la riflessione, la quale per l'appunto non si accompagna quasi mai colla politica ; e noi che di proposito ci teniamo lontani da questa sirena cerchiamo il possibile per mettere un po' di studio calmo sulle cose nostre. L'Italia nel breve giro di 25 anni dacché si è co- stituita a nazione, ha voluto assumere di fronte alle nazioni civili una posizione che è affatto sproporzionata alla sua potenza economica ; perciò in qualunque caso il suo atteggiamento è, in modo assoluto, inadeguato ai mezzi di cui essa dispone. E fin qui meno male; la potenzialità che manifesta, l'attività che a vista d'occhio va sviluppando, la sua prosperità, per molli segni evidentissimi, sempre crescente, lasciano legittimamente supporre che questo giovane regno, senta la forza latente di cui è fornito e, quasi precorrendo l'avvenire, voglia fin d'ora mostrare colla sproporzione delle aspirazioni qual posto indubbiamente gli dovrà competere in un tempo non lontano. E in questi 23 anni T Italia nei commerci, nelle industrie, nelle finanze ha segnato un movimento progressivo, a cui dapprincipio nessuno osava sperare ed ha raggiunto delle cifre che veramente si credevano raggiungibili solo con molto maggiori difficoltà, o in tempo molto più lontano. Troppe volte si è avuta occasione di esporre gli elementi che dimostrano come l'Italia, durante questi ultimi venticinque anni, ha progredito economicamente molto più di quello che si potesse ragionevolmente sperare; e ci dispensiamo ora dal ripeterli. Se non che tale progresso, che non esitiamo a chiamare meraviglioso, aveva per punto di partenza uno stato di cose così umile, così meschino che malgrado i passi da gigante che il paese ha fatto verso la prosperità, è ancora molto lungi della meta a cui aspira e si trova sempre in condizioni molto inferiori a quelle degli altri Slati civili dei quali tuttavia tenderebbe ad eguagliare la potenza e la influenza. Ma la maggior parte degli italiani confondendo, con gravissimo errore, ciò si che spera di conseguire con che veramente si è conseguito, ha creato una illusione tanto più dannosa quanto più è ardito lo atteggiamento che Nazione e Governo hanno voluto assumere di fronte agli altri Stati. Ecco perchè a queste ardite illusioni tengono dietro pur troppo delle disillusioni tanto più dolorose, per ciò solo che da noi stessi abbiamo voluto ingannarci sognando di essere molto più di quello che in realtà non siamo. E da ciò soltanto deriva quella stranissima fluttuazione di sentimento di cui danno prova ad un tempo e paese e Governo, lasciandosi o sedurre o sgomentare eccessivamente secondo le curve che presenta l'oscillante movimento della pubblica economia. I lamenti che si fanno oggi sentire sulla situazione finanziaria ed economica sono la prova più palese della verità di questo concetto. Non sono ancora tre anni che uscivamo legalmente dal corso forzoso prevedendo che un lungo periodo sarebbe stato necessario perchè il fatto legittimasse ed assodasse la grande riforma.