Adolfo Venturi u notata la mia incertezza, mi vociavan dietro : « Quello gli è pratico, quello gli è pratico ». Ar­ rivai a un albergo, modesto d’apparenza, detto di Spagna, ove si spennacchiavano i rari clienti, tra i quali fui io miserello e un generale russo. Per non perdere ogni penna, corsi nelle braccia pie­ tose d’un amico, che si era guadagnata bella fama a Firenze : Giovanni Muzzioli. Ed egli mi salvò, portandomi al Bonciani, ove restai un po’ di tempo, grazie ai prezzi discretissimi di quei giorni che ora sembrano preistorici. Pranzavo nelle cantine col Muzzioli, col Fat­ tori e con altri artisti. In quel cenacolo, specialmente de’ macchiatoli, conobbi il Signorini, ar­ guto, ironico, con cert’aria di professore tedesco; mi strinsi d’affetto col Fattori, in continui la­ menti, povero, sempre crucciato amico; ammirai il Lega, più forte e sincero di tutti, il Tommasi paesista, il Rivalta, il Gallori, e presi a voler bene al critico della compagnia : Diego Martelli. Pareva però a me giovinetto, nell’ascoltare le di­ scussioni, tra un bicchiere e l’altro, tra una cuc­ chiaiata di fagioli e l’altra, che si facessero troppe parole. Era l’Accademia il bersaglio, e contr’essa tiravano tutti, anche alcuni della compagnia, si­ mili al Vinea, che smetteva ogni ricerca d'arte, per agghindare i bei moschettieri e le vinattiere. In quel rintronar di colpi di martello contro la 4