Adolfo Venturi moderna emula dell’antica; e, sulle pareti della Sistina, il Perugino rappresenta, nella profon­ dità di spazio d’una grand’area soleggiata, la Consegna delle Chiavi : il Botticelli fa fluir linee e le spezza, servendosene ora per la sua onda li­ rica, ora per i suoi accenti tragici. Tutti questi eroi dettero a Roma il fiore dell’arte loro, e a me pareva di vederla aggrandita, più complessa e solenne, per mettersi all’unissono con le rovine e i ricordi delle storie vetuste. La tradizione di grandezza, di gloria, elevava quanti venivano pellegrini a Roma, e gli animi forti diveni­ vano grandi. Michelangelo, falsificato un an­ tico Cupido, crea i titani della volta Sistina; Raffaello, la pittura monumentale; il Correggio medita i voli degli angeli e dei Santi su per la cupola del Duomo di Parma. Davanti a pitture, sculture, architetture, vedevo Roma, immensa leva, innalzar le forme verso grandezza e luce di gloria; la vedevo, cuore d’Italia, conquistare, con Michelangelo e Raffaello, il regno dell'arte nella Rinascita. Tanta grandezza aveva in sè terribilità, e io sentii, come preso da sgomento, l’« aer grave » delle figure di Michelangelo. Quando da Roma andai a Napoli per breve tempo, a causa dell’abbandono in cui tutto vidi, parvemi passare dalla reggia all'osteria. Guaste le cose d’arte nelle chiese, corniciate da grossi 90