Adolfo Venturi subito che quell’Abruzzese, geloso di tutti, avreb­ be voluto far bene i conti anche con me; ma io non me ne curai, nè allora, nè poi, neppure quan­ do prese il bastone di maresciallo, e mi fece fare alla Minerva il meglio passo : quello dell’uscio. Quando entrai al Ministero, il Barnabei pen­ sava a prendere il posto del Fiorelli, al quale faceva genuflessioni giornaliere, proponendogli di scriverne la biografia. Pochi anni dopo, il Fio­ relli, preso da spinite, lasciò la Direzione Gene­ rale, il Senato, l’Accademia de’ Lincei, Roma; e io, andando a Napoli, fui a visitarlo, e lo vidi quasi cieco, sprofondato in un seggiolone, sten­ dere le mani tremanti in segno di grazie, dicen­ domi ; « Voi mi ricordate, mentre quanti io ho innalzato son fuggiti da me ». Era triste sentir parlare così il Fiorelli, dalla politica por­ tato ai primi onori in Roma. Segretario del Conte di Siracusa, principe della famiglia borbonica, che pareva benevolo alla causa italiana; direttore del Museo Nazionale e degli Scavi di Pompei quando Garibaldi cacciò il nibbio dal nido par­ tenopeo, Giuseppe Fiorelli grandeggiò, più che per la scienza, per la bontà dell’animo. Da ra­ gazzo, piccolo cambiavalute, « cagnacavalla », stette nei canti delle strade di Napoli con la sua piletta di soldi; e, dotato di bella intelligenza che gli splendeva negli occhietti neri, presto co­ i oo