oooo **** comunità di Chiaverano, Donato e Mongrando. Il secondo si riferisce alle acque del basso corso della Dora presso Borgomasino e Mazzè. È stato scritto che i Salassi della montagna, cioè dei corsi della Dora Baltea, dell'Orco, dell'Elvo e del Sesia, si trovarono in dissidio con le popolazioni della collina e della pianura per la questione del deflusso soventemente mutato delle immissioni a valle in conseguenza dei lavori minerari svolti a monte dei torrenti predetti. Di quelle discrepanze idrologiche approfittarono i Romani nell'offendere militarmente e gli uni e gli altri. Se poi quelli della bassa fossero davvero Liguri, come afferma Tito Livio, e non piuttosto altri, Celti e Salassi, è vexata quaestio che qui non si è in grado di affrontare e risolvere. Viceversa, conta ch'esistesse quel grosso dissidio, utilissimo alla strategia militare congiunta alla cupidigia economica. È sufficiente compiere una visita nei dintorni della Serra d'Ivrea, specialmente alle pendici verso la Dora Baltea e verso l'Elvo, per constatare la verità contenuta nelle citazioni antiche, che esistettero dirottamenti d'acque torrentizie da un versante all'altro. L'acqua che alimentò l'acquedotto romano d'Eporedia, nell'intervallo dal secondo al dodicesimo secolo d.C., in gran parte proveniva dal torrente Viona scaturente dalla Comba di Mombarone e tracimante, nel passaggio tra il Bric delle Paglie e la Torretta, al di là d'un costone dal quale si poteva vedere il sottostante « Maresco di Bienca » (Bienca essendo una borgatella sita in vicinanza del laghetto). Altra provvista liquida veniva portata in serbatoi sull'altopiano, anche alimentati dal-l'Olobbia e dall'Elvo. Antecedentemente e posteriormente all'intervallo di date preindicate, l'acqua del Viona ebbe destinazioni varie. In un certo periodo storico servì ai Salassi e poi agli imprenditori di Roma allo scopo di alimentare la zona superiore dell'immenso cantiere minerario della Bessa, sull'altopiano tra Olobbia ed Elvo, in zona famosa tanto da avere un toponimo altomedioevale dal buon suono archeologico, « Pagus Victimulorum », zona non chiaramente distinta tra gli agri vercellese ed eporediese. In altri periodi l'acqua del Viona servì a rinforzare le risorse potabili e irrigatorie dei pendii collinari, dei piani marginali di base ormai facenti parte della pianura. In ambedue i casi la portata liquida stornata o restituita al Viona era considerevole. Gli archeologi del Gac d'Ivrea (Pietro Ramella ed amici Vachino, Gamba, Berattino e Quacquio) i quali hanno recentemente individuato i sette od otto chilometri dell'acquedotto potabile di Ivrea (opera pubblica degna della fama dei costruttori idraulici imperiali, svol-gentesi quasi tutta sotterraneamente ed in roccia) avrebbero calcolato che si convogliava al basso una massa di ventiquattromila metri cubi al giorno, forse non solo per uso potabile nel castrum ma anche nelle vicine zone dell'ir eporediese (I, 5). Gli studiosi delle aurofo-dine della Bessa hanno riscontrata per altre vie congetturali l'imponente portata dell'acqua che scorreva entro la bealera principale di mezzaria dell'altopiano dei Victimuli per il lavaggio di tutta quella morena sabbiosa e ciotolosa (M. e P. Scarzella, G. Donna d'Oldenico). In questo secondo caso la captazione dell'acqua per l'uso industriale (lavaggio con le roggie derivate dai torrenti) significava anche la produzione dell'oro; ch'era quanto bastava per scatenare guerre e per promuovere iniziative le più varie a controllo delle migliaia di lavoratori ingaggiati e facilmente sobil-labili per la rivolta contro chi li utilizzava e sfruttava in stato di schiavitù. speco sotterraneo speco su viadotto speco da roccia tagliata scaricatore bacini esistenti I, 6; fig. 2. Planimetria del tracciato dell'acquedotto romano di Eporedia secondo le ricerche Gac (da P. Ramella, 1974). 36