Kjento anni fa, nel 1858, usciva stampata dalla tipografia torinese Eredi Botta la Descrizione del Reale Palazzo di Torino, opera scrupolosissima di Clemente Rovere, oggi pressoché introvabile salvo che in qualche biblioteca di studioso specializzato. Dedicando il libro al conte Giovanni Nigra, senatore e ministro della « Casa del Re », il Rovere si dichiarava suo debitore per « avere potuto largamente attingere a fonti autentiche e sicure », cioè a documenti, lettere, conti di tesoreria, registri discarichi, esistenti negli archivi reali. Infatti per la prima volta, dopo i cenni piuttosto sommari e spesso imprecisi delle « Guide » del Craveri (1753), del Derossi (1781), del Paroletti (1819), e della stessa Storia di Torino del Cibrario (18M)), in altri casi fonte preziosa di notizie, la vicenda allora due volte secolare della reggia sabauda e le ricchezze artistiche in essa contenute venivano illustrate minutamente, persino pedantescamente, con un evidente impegno di esattezza. Perché la sua trattazione risultasse più chiara, l’autore aveva diviso il libro in due parti: prima la storia della costruzione e decorazione del palazzo, poi la descrizione molto particolareggiata dei « principali appartamenti » e delle « cose più notevoli ». Il suo errore fu di accodare all’uno e all’altra parte dozzine di pagine di fittissime ed anche lunghissime note, invece di fondere il contenuto di queste nei precedenti capitoli, limitando le chiose all’indispensabile. Ne derivò una lettura estremamente faticosa, confusa dal continuo richiamo ad annotazioni gremite di nomi e di date, e viceversa mute circa la precisazione dei documenti suffraganti l’attendibilità di questi nomi e di queste date, da accogliere perciò talvolta