Reale Maria Cristina di Francia, l’avrebbero trasformato in una delle più splendide « delizie » italiane; mentre nella campagna dalla parte opposta della città, su disegni dell’orafo milanese Giovanni Battista Croce (?), creava il meraviglioso « Parco » descritto sul principio del Seicento come « un sito de’ più ameni d’Europa ». (Il nome dell’orafo G. B. Croce quale costruttore del Parco intorno al 1570 fu fatto, com’è noto, da Lionello Venturi trent’anni fa nel suo saggio Emanuele Filiberto e l’Arte Figurativa compreso negli « Studi pubblicati dalla R. Università di Torino nel IV centenario della nascita di Emanuele Filiberto». Ora Detlef Heikamp, commentando nel N. 105 di Paragone il Diporto per l’Italia di Federico Zuccaro datato da Torino il 18 aprile 1606, afferma che nei riguardi del Parco « la supposta attività del Palladio e anche dell’orafo G. B. Croce è inammissibile »). Il Palazzo di S. Giovanni fu in origine un edificio non molto vasto, a settentrione del duomo sul filo del muro di cinta della città e quindi indipendente dal Palazzo del Vescovo, che fu riservato in parte, stando col Cibrario, alle magistrature dello Stato. Fornito di un cortile rettangolare, corrispondeva insomma all’ultima parte, rispetto al duomo, del palazzo che si vede a destra del giardino reale nella tavola del Theatrum Sabaudiae che rappresenta il Bastion Verde (« Propugnaculum cui viride nomen »); e già all’inizio dell’ultimo decennio del regno di Emanuele Filiberto doveva esser terminato. Infatti, in un suo ampio e preciso studio sul giardino reale di Torino, Roberto Carità (11) asserisce in base ad attendibili documenti che nel 1571 veniva costruito, addossato al muro di levante del primitivo nucleo del Palazzo di S. Giovanni, il fonte cui accennano sia il Cibrario che il Rovere, consistente in una nicchia a mosaico nella quale stava una statua simboleggiante « il Po », così commentata da un encomiastico distico latino sul frontone: « Solis equos lapsasque vehis Philiberte quadri-gas / Hic Philibertiades bine Phaetontiades », che il Carità traduce: « O Filiberto, prendi tu la guida dei cavalli del Sole e della quadriga caduta; là (in cielo) furono di Fetonte, qui sono di Filiberto ». Orbene, questo fonte, visibilissimo non soltanto nella citata stampa del Theatrum Sabaudiae, ma nella celebre Veduta di Torino dal Palazzo Reale dipinta da Bernardo Bellotto nel 1745 ed oggi nella Galleria Sabauda, appare nelle due rappresentazioni fortemente spostato a destra rispetto al centro della facciata: una curiosa asimmetria che non si spie- 20